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Gli interventi sul destino dell’Europa e degli Stati nazione ospitati sul Primato nazionale a partire dall’articolo di Philip Stein rappresentano una felice eccezione qualitativa in una websfera che è sempre più disabituata alla riflessione, purtroppo anche sui siti che sono o si vogliono “alternativi”. Il ritorno della riflessione sui fondamentali è cruciale. È l’Europa è, decisamente, un fondamentale del pensiero non conforme. Le mistificazioni dell’Ue e la brutalità concettuale imposta dalla comunicazione politica hanno comportato di recente il ritorno di un certo linguaggio sciovinista ottocentesco. Riprende sfortunatamente piede l’idea che il nemico degli italiani sia la Germania, la Francia o l’Austria, laddove sarebbe decisamente più sensato considerare tedeschi, francesi e austriaci come fratelli della stessa famiglia europea soggetti a governi collaborazionisti e venduti tanto quanto lo è il nostro.

Praticamente tutti gli interventi letti sull’argomento tengono fermo il valore spirituale della civiltà europea. Allo stesso modo, pressoché tutti esprimono diffidenza o vero e proprio disprezzo per le strutture dell’Ue. Le differenze emergono soprattutto sul modo di pensare una futura Europa alternativa: federazione? Impero? Alleanza di Stati sovrani? Sarò sincero: trovo questo livello del dibattito in gran parte ozioso, almeno quanto lo è quello sui futuri confini geografici dell’Impero prossimo venturo: dovrà arrivare fino agli Urali? Fino a Vladivostok? Comprenderà la Turchia? Discutere di queste cose non è necessariamente inutile, dato che chiarire ciò che è nostro (in senso geografico o rispetto ai modelli politici) e ciò che non lo è ha pur sempre una sua funzione. Ma va da sé che, se l’Europa si farà, non dipenderà certo da tali discussioni. La realtà è che l’Europa si farà come si farà, per mezzo di volontà politiche ora imperscrutabili e seguendo disegni concreti, non astratti. La sfera di influenza di coloro che ne stanno discutendo sul Primato nazionale è sfortunatamente ben più modesta.

E, a ben vedere, quello di cui sembra sensato discutere non è tanto quale Europa ideale vogliamo, ma come rapportarci oggi all’Europa reale, ovvero alla Ue. Anni fa mi entusiasmai per un numero di Eléments la cui copertina recitava: “Oui à l’Europe”. Gli argomenti con cui de Benoist e altri difendevano, nonostante tutto, l’Unione europea, si basavano sul fatto che è meglio una cattiva Europa che nessuna Europa, e che comunque l’Ue ha tutti i difetti dei vecchi Stati nazionali ma non ne ha i pregi, ovvero la dimensione continentale che può far competere, almeno in potenza, tale soggetto con altri attori geopolitici di pari grandezza, primo fra tutti gli Stati Uniti d’America. Ho trovato tale ragionamento convincente fino al momento in cui l’Italia ha sperimentato sulla sua pelle un’ingerenza davvero importante di Bruxelles sulla sua vita politica e sociale. In quel momento ho capito che l’Ue non aveva affatto gli stessi difetti del nostro Stati nazionale. Quel discorso poteva filare per un francese. Per gli italiani, oggi, allinearsi a quanto chiede l’Unione europea significa sperimentare ulteriori restringimenti degli spazi di libertà, della sovranità nazionale, dell’identità nazionale.

All’opposto di quanto sognava Nietzsche, per noi oggi diventare “buoni europei” significa non poter più dire, fare e pensare cose che in Italia si sono sempre potute dire, fare e pensare (la recentissima introduzione nel nostro ordinamento dell’aggravante per negazionismo olocaustico, che non a caso recepisce una direttiva europea, rende bene l’idea). Ora, come si traduce tutto ciò in termini di concreta prassi politica? Ha ragione Adinolfi a spiegare che i superamenti vanno compiuti solo in avanti, che non ha senso sognare un ritorno a inesistenti età dell’oro piccolo-nazionaliste, ma tutto questo va tradotto in una linea politica che sia concreta e intelligibile anche all’uomo della strada, per cui l’Europa è quella cosa che impone l’austerity, l’invasione migratoria e le politiche etiche decadenti. Ecco, il punto focale è proprio questo. E la sua soluzione non può ridursi a slogan privi di significato come “Europa dei popoli vs Europa delle banche” (anche l’Europa delle banche ha i popoli, anche l’Europa dei popoli avrà le banche). Né mi persuade particolarmente il consueto elenco di luoghi simbolo, da Stonehenge a Castel del Monte, che tradisce troppo spesso una visione decisamente passatista del nostro mito politico (in questo le provocazioni archeofuturiste di Faye, checché se ne pensi del personaggio, mi sembrano ben più feconde). Insomma, come essere buoni europei nel tempo in cui questo nome è stato espropriato da un élite mondialista animata da una vocazione spirituale assolutamente anti-europea? Essere non anti-europei ma alter-europei, d’accordo: ma in concreto cosa vuol dire? Questo è il dilemma. E, shakespearianamente, ha proprio a che fare con l’essere e con il non essere.

Adriano Scianca

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5 Commenti

  1. Molto banalmente, se ci si limita alla dimensione politica della questione, il vecchio, già pensionato Stato nazionale ha forse in sé caratteristiche che le sperimentazioni successive, tra cui la forma sovranazionale eternamente asintotica alla statualità (cit. Rapporto Monti) dell’UE, non hanno e non “vogliono”/”possono” avere.
    Il monopolio della forza, quindi, è la grande differenza: ma diretta in quale direzione? Quale interesse quello prevalente?
    Altra possibilità parrebbe essere l’ordinamento “ideologico” (ad esempio le potenze socialiste). Ma anche qui, si rischia di andare a parare male.

  2. La nostra disomogeneità è la nostra ricchezza ma allo stesso tempo il nostro scoglio.

    Che lingua comune dovrebbe parlare l’Europa politica? O vogliamo che imploda di sciovinismo come l’impero austroungarico?

    Quale deve essere la nazione modello in testa? (Vedi federazione russa) Anche qui ci sarà da litigare… o si farà ancora la presidenza a turno?

    Come gestire la circolazione monetaria nelle zone povere rispetto a quelle ricche, e quanto dovrà essere forte questa moneta? Il rischio è che succeda come al Sud Italia dove gli stipendi statali come anche alcuni beni valgono il doppio rispetto al Nord Italia. Se non vogliamo omogeneizzare fiscalmente le zone significa che dovranno avere molta autonomia, ma va da sé che un’autorità centrale ed ingerente ci sarà sempre, tanto più se l’autonomia è ridotta. Come farla accettare?

    Bisognerebbe risolvere dei problemi che già ci sono.

  3. i media! i media! Finchè su tutti i giornali e su tutte le tv ogni giorno, ogni ora, si sentirà dire che “l’europa è fare ponti, europa è democrazia”, e “destra è fare muri, destra è ignoranza, destra è ritorno al passato, destra è totalitarismo”, allora la battaglia sarà PERSA. State sempre attenti a COSA I MEDIA DANNO PER SCONTATO: è quello che bisogna proporsi di cambiare. Sogno una federazione delle destre europee, con progetti COMUNI per questo nostro continente. Una europa conscia della propria unicità e per questo pronta a conservarla, ma non per questo “contro” per definizione. Il racconto dominante è che i partiti delle sinistre democratiche mondialiste sono “PRO”, mentre le destre e i conservatori sono “CONTRO”, chiusi in loro stessi, paurosi, ignoranti. Se questo è falso, va gridato in ogni modo possibile. Ma NON si sta facendo. Renzi, Boldrini e company seminano ogni giorno nelle scuole, nelle istituzioni, nei dibattiti televisivi, un’idea di Europa che non ha niente di europeo. La destra, invece, cosa fa??

  4. Il fucile che il nemico punta contro di te può essere molto bello, molto efficiente, molto performante… ma è pur sempre puntato su di te. Quindi è inutile farsi le seghe sul valore di qualcosa che, ah, se fosse nelle mie mani… ah, è così ben fatto e funziona così bene… Non è nelle tue mani, è stato estratto e imbracciato per ucciderti. Questa Europa è il prodotto dei nostri nemici, va distrutta. Poi, se sopravviveremo, potremo pensare a tutte le fantastiche, fantasmagoriche Europe che le nostre menti potranno concepire. Adesso, o noi o loro.

    • Perfettamente d’accordo! Ormai siamo arrivati ad un punto che l’unica maniera per ricostruire qualcosa di buono passa obbligatoriamente per l’azzeramento dell’attuale.

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