Cagliari, 26 feb – A più di ventiquattro ore dall’inizio dello spoglio per le elezioni regionali sarde, mancano ancora i dati di un centinaio di sezioni per quanto riguarda le liste. Uno spoglio incredibilmente lento, che si spiega con la modalità piuttosto articolata che si è deciso di adottare: ogni scheda è stata scrutinata per contare il voto al presidente, quello alla lista e le preferenze espresse; in secondo luogo, i dati sono stati comunicati in maniera aggregata e non sezione per sezione; infine, un peso potrebbero aver avuto la possibilità di esprimere un voto disgiunto nonché la doppia preferenza di genere.

A partire da un’attenta disamina del risultato elettorale, si possono ricavare le seguenti evidenze.

1) I risultati forniti ieri sera negli exit poll sono stati ampiamente smentiti dai dati reali. Il divario tra Solinas e Zedda, stimato nell’ordine di appena due punti percentuali, si è rivelato più ampio di sette volte.

2) A vincere, come già nel 2014, è l’astensione, che addirittura doppia i voti ottenuti dal neogovernatore Solinas. Il dato è comunque in leggero miglioramento: cinque anni fa votò il 52,34% degli aventi diritto (774.939 su 1.480.332), domenica scorsa invece il 53,77% (790.709 su 1.480.401).

3) Il secondo grande vincitore di queste elezioni regionali sono i movimenti e le liste civiche locali, che ottengono addirittura circa il 40% dei consensi, mentre a quelle che fanno riferimento a partiti ‘nazionali’ è andato ‘solo’ il 60%.

4) Sono circa 12mila le schede annullate. Un dato alto, visto che rappresentano quasi un punto e mezzo percentuale dei voti totali. A incidere potrebbe essere stata la nuova norma sulla doppia preferenza di genere, la più grande delle porcate progressiste che ci è toccato subire in questi anni: i politici si votano – o almeno si dovrebbe farlo – sulla base delle loro capacità, non per il sesso che rappresentano.

5) Il grande sconfitto è sicuramente il M5S. Vero, alle regionali del 2014 non si era neppure presentato, ma il confronto con le politiche del 4 marzo – pur tenendo presente la sostanziale diversità delle due competizioni elettorali – è impietoso: in termini di voti assoluti, il consenso perduto è di circa 300.000 unità; in termini percentuali, si passa dal 42,48% ad un misero 9,71% di lista (11% per il candidato).

6) Lega sconfitta o ridimensionata? Macché. Il confronto con il 2014, come per il M5S, non dice nulla. Una disamina attenta del voto mostra però che il partito di Salvini continua a viaggiare a gonfie vele. Alle politiche del 4 marzo i voti per la Lega in Sardegna erano stati 93.771, mentre domenica a concedere fiducia agli uomini del Capitano sono stati più di 80.000 sardi. Tredicimila in meno, si dirà. Le cose non stanno così, perché per le politiche del 4 marzo la Lega godeva del sostegno del Partito Sardo d’Azione, guidato da Solinas, che infatti è stato eletto senatore proprio nelle fila della Lega. I voti del PSdAz in questa tornata elettorale sono stati quasi 65.000. Ora, i voti del PSdAz appartengono al PSdAz e non alla Lega, e proprio questo fatto dimostra che il consenso della Lega in terra sarda è notevolmente aumentato. Se poi si volesse proiettare in chiave nazionale questi risultati, la Lega (con l’appoggio del PSdAz) in Sardegna sarebbe di gran lunga il primo partito, con un consenso pari a oltre il 20%.

7) Il centrodestra continua inarrestabile la sua corsa. Nel 2014 i voti ottenuti in Sardegna dalle liste a sostegno di Cappellacci erano stati 299.349, nel 2018 alle politiche si era registrato un leggero calo (269.821), mentre domenica a scegliere la coalizione a sostegno di Solinas sono stati in 364.845. A crescere, oltre alla già citata Lega, è soprattutto FdI, che passa dai 19.275 voti del 2014 ai 33.323 di domenica (risultato più o meno pari a quello del 4 marzo). Crolla invece Forza Italia, che aveva 150.492 voti nel 2014, era sceso a 128.503 nel 2018 e domenica ha visto dimezzati i suoi consensi (56.450).

8) Il centrosinistra, invece, prosegue la sua discesa verso l’abisso. Rispetto al 2014, i voti persi sono oltre 80.000. Il PD, poi, passa da 150.492 a 94.818 voti (il 4 marzo erano stati 128.819). Nel disastro, a salvarsi è il candidato presidente Zedda. Sono quasi 40.000 i voti presi dal sindaco di Cagliari in più rispetto alla somma dei voti delle liste a sostegno. Tra queste ultime, le tre liste chiaramente riferibili a Zedda (Campo progressista Sardegna, Noi la Sardegna e Futuro comune) ottengono oltre 56.000 voti. Insomma, il sindaco di Cagliari da solo in Sardegna vale più del PD.

Giuseppe Scialabba

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Commenti

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1 commento

  1. Commento alquanto discutibile. Prova a sommare i voti del Psd’Az con quelli delle altre liste definite erroneamente “civiche” ed avrai un’altra lettura! E’ da ignoranti non capire che quelle liste come UDS, FORZA PARIS, SARDEGNA 20, PIU’ TUTTI I RESTANTI 2 SU TRE CANDIDATI A PRESIDENTI SIANO CONSIDerati ” civiche”!!! Parliamo invece di un fronte autonomista ed indipendentista che veleggia attorno al 30%!E si lascino stare i voti leghisti, che non servono! Prego si corregga l’analisi con questo dato!

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