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Trieste, 16 apr – Gruppi scout, Cgil, Cisl, Uil, associazionismo legato all’accoglienza, Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus, Arcigay, ANPI, Partito democratico, Rifondazione comunista, collettivi, centri islamici e chi più ne ha più ne metta. Questo è l’elenco degli organizzatori della manifestazione che si è svolta sabato 13 aprile a Trieste dal titolo Prima le persone per segnalare la “disumanizzazione e la mancanza di rispetto verso i diritti umani fondamentali”.

Il riferimento, chiaramente rivolto ai migranti, è stato ripreso poi da Gianfranco Schiavone – presidente dell’ICS che a Trieste gestisce oltre 1000 richiedenti asilo. Dalle premesse tutto sembrava propendere per un corteo figlio della solita retorica immigrazionista, volta a promuovere un modello di società assolutamente insostenibile che passa per l’abbattimento di confini e identità nazionale.

Peccato che, come troppo spesso accade a Trieste, sia spuntata, nel gruppo dell’Anpi, anche la bandiera della Brigata Garibaldi. Il tricolore lordato al centro dalla stella rossa, se in molte città ha rappresentato esclusivamente un gruppo partigiano, a Trieste porta con se un messaggio tutt’altro che pacifico e rispettoso dei diritti umani fondamentali. Vale la pena ricordare, infatti, che tra il Comando generale delle brigate Garibaldi e il IX Corpo d’armata dell’esercito partigiano jugoslavo ci fu un importante accordo per appoggiare l’avanzata dei partigiani di Tito che entrarono a Trieste il 1 maggio 1945.

Un insulto rivolto agli italiani

Quella bandiera, quindi, soprattutto nel Capoluogo giuliano, non può che rappresentare una delle pagine più buie della lotta partigiana; una pagina di storia che vide gruppi armati italiani sostenere i responsabili di oltre 10mila infoibamenti e dell’esodo di 350mila istriani, fiumani e dalmati.

Tutto questo si è svolto sotto gli occhi dei vari partecipanti al corteo, dai gruppi scout ai sindacati, senza che nessuno si sia preso la briga di rimuovere quella bandiera che per Trieste e per migliaia di italiani rappresenta ancora una ferita aperta. Niente di nuovo, purtroppo, dato che nel capoluogo giuliano ogni anno, durante il corteo del 1 maggio, oltre alle bandiere della Brigata Garibaldi, spuntano le insegne jugoslave e le titovke, il copricapo che usualmente indossavano i partigiani di Tito. Se l’intento, quindi, era quello di promuovere la tolleranza e i diritti umani, è agevole capire che l’obiettivo è miseramente fallito.

Francesco Clun

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