Roma, 18 ott – Troppo spesso a causa di falsate teorie evoluzionistiche, tendiamo a dipingere i nostri più antichi avi come ominidi spaventati dal fuoco, incurvati fisicamente verso atteggiamenti animali e dall’intelletto scimmiesco. Ancora una volta, invece, siamo qui per andare in contrapposizione a tali visioni semplicistiche, soprattutto in Europa, e provando a restituire un pò di dignità storica ai nostri più remoti antenati. Oggi torniamo in Armenia ma questa volta non per parlare dei frequenti scontri bellici che da sempre la trovano vittima degli eserciti turchi o azeri, bensì per parlare di scienza e archeologia, con una spettacolare scoperta avvenuta in una grotta nei pressi del villaggio paleolitico di Aghitu. In collaborazione con gli accademici armeni, i ricercatori hanno utilizzato l’analisi del DNA di 36 campioni di sedimenti provenienti dalla Grotta di Aghitu, per studiare come le persone usavano le piante in epoca preistorica. Questo è il primo studio a esaminare l’uso delle piante preistoriche osservando il DNA rinvenuto nelle caverne. I ricercatori hanno dunque trovato il DNA di piante che, probabilmente, venivano utilizzate come medicinali, insetticidi e spezie per insaporire i cibi o coloranti per tingere le vesti.

La Grotta di Aghitu

La Grotta Aghitu-3, da cui gli studiosi hanno effettuato il campionamento del Dna, si trova nell’Armenia meridionale. Dall’età della pietra l’uomo ha abitato questa caverna in modo continuato per oltre 20mila anni, tra i 40.000 e i 25.000 anni fa. Il cosiddetto corridoio transcaucasico è una delle aree che ha consentito la dispersione di uomini e ominidi dal Levante al resto dell’Eurasia durante il periodo Pleistocene. Questa zona tra l’altipiano del Caucaso e i deserti persiani, da sempre è stata crocevia di emigrazioni e importanti tratte commerciali. Interessata dagli scavi archeologici tra il 2009 e il 2019, dal Progetto Paleolitico di Tubinga-Armenia, la grotta Aghitu-3 è l’unico sito armeno, stratificato, del Paleolitico superiore. I risultati di un primo studio zooarcheologico, furono in grado di caratterizzare il comportamento umano dei cacciatori della prima età moderna negli altopiani armeni, che interessavano soprattutto capre ed equidi adulti. Nel corso degli scavi sono stati trovati vari strumenti rudimentali, ossa di animali, carbone di falò e perline ottenute dalle conchiglie. Seppur in assenza di ossa umane, anche il DNA di Neanderthal è stato trovato nei depositi delle caverne, ma, fino ad ora, nessuno aveva mai esaminato il DNA delle piante.

La scoperta armena

I ricercatori hanno applicato il metabarcoding del DNA sedimentario antico alla sequenza sedimentaria della grotta Aghitu-3. Lo hanno poi combinato con i dati sui pollini per ottenere una ricostruzione temporale degli assemblaggi vegetali. I campioni sono stati analizzati mediante meta-codifica, un’efficiente tecnica di analisi del DNA in grado di identificare molte piante diverse nello stesso campione. I risultati rivelano una stratificazione dell’abbondanza e della diversità delle piante in cui, il cosiddetto “sedaDNA”, riflette i periodi di occupazione umana, con una maggiore diversità negli strati e una maggiore attività dell’uomo. Basse concentrazioni di polline combinate con un’elevata abbondanza di sedaDNA, indicano che resti di piante potrebbero essere stati portati nella grotta da animali o esseri umani durante la deposizione di due distinti periodi archeologici inferiori. Si dice che la maggior parte delle piante recuperate siano utili per scopi alimentari, aromatici, medicinali e/o tecnici, dimostrando il potenziale dell’ambiente intorno alla grotta di Aghitu-3 per supportare l’uomo durante il Paleolitico superiore. La singolare ricerca ha inoltre identificato diversi taxa vegetali specifici che rafforzano le scoperte precedenti sull’uso delle piante del Paleolitico superiore in questa regione, dalla medicina, alla produzione e alla tintura di tessuti. Questo studio rappresenta la prima applicazione dell’analisi del sedaDNA vegetale dei sedimenti delle caverne per lo studio del potenziale utilizzo delle piante da parte dell’uomo preistorico.

Il già evoluto uomo preistorico

In totale, i ricercatori hanno trovato 43 piante diverse e, tutte tranne cinque, avrebbero benefici per la salute dell’uomo. Tra le piante alimentari sono stati trovati ortaggi come cavoli, barbabietole e spinaci. Sono però state trovate anche macine con resti di amido, il che indica che, sorprendentemente, nell’età della pietra l’essere umano produceva farina con utensili appositi. Come dicvamo poc’anzi, alcune piante trovate nella grotta di Aghitu potrebbero essere state usate per aromatizzare il cibo, così come rimedi medicinali. Alcuni tipi di assenzio, efficaci contro la malaria e le infezioni, oltre che essere stati impiegati come spezie alimentari o come erbe medicinali, potrebbero aver avuto addirittura la funzione di profumo e disinfettante per il pavimento della grotta, per tenere lontani gli insetti. Se fino ad oggi l’esempio più antico di fibre tessili colorate è un ritrovamento di lino tinto di ben 30.000, rinvenuto in una grotta della confinante Georgia, anche dalla ricerca di Aghitu emergono diverse piante che potrebbero essere state utilizzate per tingere i tessuti. Nella grotta armena, infine, è stato trovato anche un ago da cucito fatto di ossa, ritrovamento questo molto raro se circoscritto all’età della pietra. Ancora una volta, le tracce lasciateci in eredità dai nostri avi ci fanno comprendere molto di più sulla più remota antropologia, ricordandoci che, tante volte, anche la verità assoluta data dalla scienza può essere sbugiardata o messa in discussione.

Andrea Bonazza

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