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bagnoli italsiderNapoli, 12 mar – Pochi giorni fa ha riaperto con Corporea, una mostra interattiva sul corpo umano unica nel suo genere in Europa, il sito espositivo di Bagnoli. Entro la fine del mese è inoltre prevista l’inaugurazione del più planetario in 3D d’Italia. Riprende così vita la Città della Scienza, a quattro anni esatti dal terribile incendio che nel 2013 colpì quattro dei sei capannoni del museo, compromettendo forse per sempre la sua esistenza.

Così non è stato, con buona pace di chi, facendosi scudo di un’indignazione a comando valido per tutte le stagioni,  si auto convinceva e cercava di convincere che l’eredità del rogo sarebbe stata, nella migliore delle ipotesi, un cumulo di macerie fumanti a monumento del “succede solo in Italia”. A voler fare le pulci alla vicenda, però, non ci si può esimere da un’amara riflessione. Perché il ripristino di Bagnoli è una notizia straordinaria, bellissima. Uno schiaffo in piena regola agli autorazzisti di casa nostra. Il problema, però, è un altro. E sta decisamente più a monte. Senza nulla togliere all’esperienza della Città della Scienza, il dubbio sorge spontaneo: dove sta andando a finire l’industria italiana?

Domanda non retorica, dato che prima di Bagnoli c’era un’altra Bagnoli. Lì dove sorge oggi il museo, infatti, un tempo vi era la storica Italsider (poi Ilva), uno dei siti produttivi dell’acciaio più grandi d’Italia. La sua dismissione ha coinciso, negli anni ’90, con la crisi della siderurgia italiana ed europea, surclassata dalle produzioni estere in nome di una globalizzazione che prende la forma della concorrenza sleale. Ma non c’è solo Bagnoli. Ad Arese, ad esempio, il glorioso stabilimento Alfa Romeo è stato convertito ne ‘Il Centro’, centro commerciale più grande d’Europa. Poco più in là, nel fu triangolo industriale del Nord, il Lingotto di Torino è invece diventato un centro espositivo. Mentre a Parma l’area un tempo occupata dalla gigantesca vetraria Bormioli Rocco è soggetta da anni a “riqualificazione”, bella parola per dire che ha aperto l’ennesimo ipermercato cittadino.

Chiudiamo fabbriche ed apriamo musei, supermercati e centri congressi. Ecco l’amara realtà. Di fronte alla quale possiamo anche dare esempi al mondo e ricostruire bene e celermente ciò che è andato distrutto ma, se questo significa celebrare la deindustrializzazione, allora forse era meglio la cenere.

Filippo Burla

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1 commento

  1. Se non si agisce e la situazione non cambia,

    dobbiamo rassegnarci all’idea di vivere come asceti,

    digiuno e meditazione,

    digiuno perche’ evidentemente senza fabbriche e lavoro, cos’altro si potrebbe praticare,
    e
    meditazione perche’ con il tempo libero rimasto, serebbe anche ora di capire e far capire, come si giunti a questa fine.

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