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image[1]Roma, 20 giu- Secondo uno studio della Cgia di Mestre, i costi del nostro sistema bancario sono i più alti in Europa. Vediamo nel dettaglio i risultati di questa ricerca, partendo dai ricavi. Qui possiamo notare che le banche italiane svolgono una funzione sempre meno incisiva sulla difesa del risparmio e dell’erogazione del credito.  Sul fronte dei ricavi, infatti, nel 2014 i margini di interesse (ovvero i guadagni provenienti prevalentemente dall’erogazione del credito) sono scesi a 39,3 miliardi di euro, quelli delle commissioni bancarie nette sono salite a 27,6 miliardi e quelli riconducibili ad altri ricavi, cioè da attività extra-creditizie o di trading finanziario (vendita di titoli, valute, strumenti di capitale) hanno toccato quota 11,4 miliardi. Il core business delle banche è sempre più la speculazione finanziaria. Questo non è certo una novità. Tra il 2008 e il 2014 il totale dei ricavi del nostro sistema creditizio è rimasto pressoché lo stesso (78,3 miliardi), la contrazione dei margini di interesse è stata pari a 12,3 miliardi (-23,8 %), le commissioni bancarie, invece, sono aumentate di 2,8 miliardi (+11,5 %), mentre gli altri ricavi sono saliti a 9,4 miliardi (+474%).

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Inoltre, l’incidenza del margine di interesse sul totale dei ricavi operativi di una banca (dati dalla somma dei margini di interesse, dalle commissioni nette e da altri ricavi netti) in Italia è pari al 50,3%. Anche questo è una triste primato del nostro sistema creditizio. Infatti, le attività legate ai prestiti bancari sul totale ricavi (margine di intermediazione) sono tra i più bassi in Ue. Più trading e meno risorse destinate all’economia reale. La crisi economica ha aggravato ancora di più questa situazione. Infatti, come sottolinea lo studio della Cgia: “ Con la scusa dell’ aumento delle sofferenze in capo  alla clientela e la riduzione dei tassi di interesse ha ridotto ai minimi termini i margini di redditività delle banche, queste ultime, appesantite da costi fissi ancora molto elevati, hanno ritenuto più conveniente ridurre gli impieghi, e quindi i rischi, e aumentare i ricavi dalle commissioni sui conti correnti, sui servizi bancomat/carte di credito, i servizi di incasso/pagamento, etc. e dalle attività extra creditizie (vendita di titoli, valute, strumenti di capitale)”.  Solo nell’ultimo anno (aprile 2016 su stesso mese del 2015), la contrazione degli impieghi bancari alle imprese è stata di 25,3 miliardi di euro. Se, invece, il confronto viene effettuato rispetto ad aprile 2011, la diminuzione ammonta a oltre 111 miliardi.

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Va altresì segnalato che la riduzione dei prestiti non ha interessato tutti allo stesso modo. La Cgia denuncia che la riduzione dei prestiti non ha interessato tutti allo stesso modo. “Ricordo – commenta il coordinatore della Cgia Paolo Zabeo – che l’80% dei prestiti concessi dalle banche italiane va al primo 10% dei maggiori affidati che è costituito quasi esclusivamente dalle grandi aziende e da gruppi industriali che in termini percentuali non superano l’1 % del totale. Qualcuno potrebbe obbiettare che se questi prestiti sono stati erogati nella stragrande maggioranza dei casi ad un numero ristretto di clienti, ciò è riconducibile al fatto che questi ultimi sono solvibili. La realtà, invece, è molto diversa. La quota di insolvenza in capo ai maggiori affidati, infatti, è attorno all’81%. In buona sostanza, chi riceve la stragrande maggioranza dei prestiti presenta livelli di affidabilità bassissimi, per contro, chi dimostra di essere un buon pagatore riceve i soldi con il contagocce”.  Le affermazioni di Zabeo trovano pieno riscontro nei dati forniti da Bankitalia, Infatti, leggendo le rilevazioni di Via Nazionale dal novembre 2011 a novembre 2015: le famiglie travolte dalla recessione aumentano le proprie sofferenze del 54%, il mattone del 167%. L’industria manifatturiera, che nel 2011 ha le stesse sofferenze del mattone, dopo quattro anni di crisi feroce ne ha poco più della metà.

Il dato più preoccupante dello studio della Cgia, però, riguarda soprattutto il rapporto costi benefici che pone il nostro sistema creditizio come fanalino di coda in Europa.  Insomma, parafrasando un vecchio slogan pubblicitario: le nostre banche sono differenti. Sì, sono le peggiori.

Salvatore Recupero

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