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paolo bargiggiaPavia, 18 mar – “Dov’è la progettualità nel calcio italiano?”. Metti un pomeriggio di marzo, il primo tepore in riva al Ticino e la Juventus che ha appena salutato la Champions League a testa alta. Metti un giornalista sportivo, Paolo Bargiggia – volto di Sport Mediaset – e il punto sulla situazione del pallone in Italia vien da sé.

Bargiggia buongiorno, quanto è cambiato il suo lavoro negli anni?

“Diciamolo subito è cambiato in peggio. Le dinamiche sono tutte un dare e avere tra società e media; l’informazione cerca una complicità maliziosa con i vertici del pallone diventando ‘amica del giaguaro’ e allontanandosi dal lettore o telespettatore”.

Una limitazione della deontologia…

“Una vera e propria ‘prostituzione intellettuale’, peggio che negli altri settori delle notizie. I mezzi di comunicazione di massa vanno a braccetto con le dirigenze dei club e con gli addetti ai lavori”.

Il punto di svolta?

“Marcello Lippi all’Inter a cavallo del 2000. Fece costruire un muro alla Pinetina che faceva il verso a quello di Vinovo impedendo il contatto diretto con i giocatori. In quel periodo i dirigenti nerazzurri cominciarono a portare ai cronisti i giocatori che volevano loro e così via via tutte le squadre”.

Prima invece?

“Ricordo un aneddoto curioso, una volta a Torino eravamo io e Franco Costa all’inseguimento di Gianluca Vialli. L’attaccante per sfuggire alle domane quasi tranciò, con la portiera della macchina, un braccio al povero Franco. Bastava essere un po’ scafati e si poteva parlare con chiunque”.

I rapporti erano personali dunque?

“Il Cholo – Diego Simeone – tornato dai Mondiali di Francia mi raccontò, al bar, di come fece espellere Beckham nella partita tra Argentina e Inghilterra, dandogli del ‘figlio di puttana’. E’ cambiato totalmente il modo di relazionarsi coi giocatori”.

Si pensa che la maggior parte delle colpe sia imputabile alle pay-tv?

“No, non è così. Sono stati eventi che si sono concatenati. Prima il ‘container’ di separazione dei bianconeri, poi Lippi e successivamente l’espandersi di questa scuola di pensiero. Una volta sui campi c’erano pochi addetti, ora sono decine su decine gli accreditati, ed al posto di crearsi dei benefici l’informazione si è appiattita”.

Torniamo a bordo campo, lo scoop di Ronaldo a Milano come è nato?

“Seguivamo da tempo la pista di Ronnie in nerazzurro, il tutto grazie ad un giro d’agenti che lavoravano tra Spagna ed Italia, nonché una figura cardine come quella del compianto Ernesto Bronzetti. Era tutto pronto e stavamo preparando il servizio per il TG5, ma Enrico Mentana non si fidava. Lui, tifoso interista, era in contatto con la dirigenza e non gli risultava questa trattativa. Fu una dura lotta, ma chi la dura la vince e la spuntai”.

Altri colpi di mercato?

“Al ‘Corriere dello Sport’ diedi il rientro di Ruud Gullit al Milan con sei mesi di anticipo con un titolo a nove colonne. Rimango legato a quando andai in quel di Valencia parlando della trattativa che Moratti aveva messo in piedi per far sbarcare Hector Cuper ai piedi della Madonnina. In tono minore Christian Vieri e il suo approdo ai rossoneri ambrosiani”.

Migriamo al calcio dei giorni nostri. Arrigo Sacchi ha definito la Juventus come il Rosenborg, vincente in Italia e nulla all’estero. È d’accordo?

“Condivido il Sacchi pensiero al 95%, anche quest’anno la Juve vincerà di default lo scudetto e da anni ormai orchestra il pallone tricolore. Ha ragione in termini di valore assoluto, ma non nella realtà dei fatti. Arrigo ha una forte apatia per il calcio di Allegri essendo affine agli schemi di Sarri, Sousa e Guardiola dunque questo gli fa storcere il naso nei confronti della Vecchia Signora. Aggiungo che a questi livelli la differenza non la fa solo la progettualità, ma i fatturati”.

Il danaro prima di tutto…

“Guardate il City ha speso milioni su milioni sbarcando per la prima volta nella sua storia ai quarti di finale di Champions, ma finché nel nostro paese spadroneggerà provincialismo ed esterofilia non andremo da nessuna parte. Assurdo che il calcio che facciamo da Bolzano a Palermo sia stato superato da paesi come il Belgio, grandi quanto la Lombardia, nel ranking mondiale”.

Torniamo alle zebre di Torino, come li ha visti in campo mercoledì a Monaco?

“Escono dalle coppe con un profilo altissimo. Per assurdo più alto della finale raggiunta la scorsa stagione contro il Barcellona, dimostrando di essere un squadra di assoluto valore europeo. Due sono le cose che non mi sono piaciute. La prima i piagnistei della società, dice bene Guardiola, i top club non si lamentano così, anche perché la sconfitta è venuta fuori contro una squadra più forte dei bianconeri. Secondo la gestione della ripresa da parte di Allegri, non puoi togliere Morata perché stanco e mettere Mandzukic quando devi giocare lontano dalla porta. Invece andava sostituito Alex Sandro, lui si in riserva, che è stato annichilito da Coman. Comunque l’impresa sfiorata è un nuovo punto di partenza”.

Lei ha lodato il progetto Sassuolo…

“L’idea di investimento e la volontà di crescere mi piacciono quanto l’italianità della rosa. Sono sempre 7-8 i calciatori neroverdi nati nella nostra penisola che scendono in campo ogni domenica. Giocano uno sport di squadra con un tecnico, Eusebio Di Francesco, capace di esaltare le caratteristiche dei propri interpreti. Cosa che manca a Mihajlovic. Se Bacca giocasse per Sarri avrebbe fatto gli stessi goal di Higuain”.

Al calcio italiano cosa serve per tornare ai vecchi fasti?

“Serve lucidità e la volontà di invertire la rotta ai livelli di comando a partire dalle società. In Lega è tutto fermo, nessuno va contro l’interesse di chi muove i fili. Tavecchio per esempio. Si era proposto come il presidente delle riforme, ma queste riforme dove sono? Fa le veci del suo puparo Lotito”.

A proposito di Lotito, la sua querelle legale con il numero uno della Lazio?

“Quando conducevo ‘Domenica Stadio’ in un paio di occasioni mi offese gratuitamente chiedendomi se ero pagato dalle società perché gli facevo domande scomode. Lo querelai subendo fortissime pressioni dal mondo del pallone per ritirare la denuncia. L’aver vinto la causa resta per me motivo d’orgoglio anche per la categoria. Se tutti facessero così agli occhi dei fruitori dell’informazione non avremmo perso parte della nostra dignità”.

Spesso si dice che il calcio sia in mano agli ultras, per lei è vero?

“No, nella maniera più assoluta. Spesso i tifosi servono come tappeto sotto il quale nascondere le maialate delle federazioni che ammazzano il futuro dei ragazzi e fanno lavorare i condannati, in posti dove sarebbe meglio avere facce pulite. Detto questo quello che è diventato negli ultimi vent’anni il mondo delle curve non mi piace”.

Per quale motivo?

“Da ragazzo ho frequentato lo stadio, seguivo la Juventus con il gruppo dei Fighters, dunque parlo avendo un’esperienza diretta sul campo. Si è passati dagli ultras degli anni ’80 e ’90 a ultras di professione. A questo punto non si parla più di tifo, ma di altro”.

Per chiudere voliamo a Leicester. Ranieri nella Perfida Albione sta facendo l’imponderabile…

“E’ un mister vecchia maniera, ha trovato un mondo talmente evoluto nel quale può vincere la Premier. In Italia, non avremo mai la controprova, con una provinciale non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere. Il trucco sta proprio nell’ambiente inglese, danaro a disposizione e mentalità avanti anni luce rispetto a quella nostrana. I suoi meriti sono la capacità di migliorare i giocatori, ma ha poche soluzioni tattiche, si salva avendo una squadra che corre come dei forsennati, Mahrez su tutti”.

Quanto conta la psicologia in un tecnico?

“Conta molto, ma la cosa più importante è la ricchezza di soluzioni. A livello empatico bisogna trasmettere idee, ci sono tecnici come Ballardini, Delio Rossi e Zeman che hanno innovato il pallone, ma non sono più riusciti a riproporsi con le nuove generazioni, rimanendo tagliati fuori dalla cerchia che conta”.

Lorenzo Cafarchio

 

 

 

 

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