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Roma, 4 dic – «È una presa in giro?», sbotta Matteo Bassetti commentando il caso dei 24mila giovani medici specializzandi che ancora non conoscono i risultati del concorso a cui avevano partecipato il 22 settembre. Eppure «siamo in emergenza», chi ci governa non manca di ripetercelo ogni dieci secondi con toni da apocalisse.



Bassetti vuole sapere che fine faranno i 24mila specializzandi senza graduatoria

Il direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova è impietoso come sempre: ad oggi ci sono 24mila medici in attesa di diventare specializzandi  «si sono laureati e hanno partecipato il 22 di settembre ad un concorso per le scuole di specializzazione. Ad oggi a loro non è stata ancora comunicata la graduatoria, e questa è una cosa allucinante», ha puntato il dito Bassetti, parlando con l’Adnkronos Salute. «Siamo in emergenza e abbiamo chiesto più specialisti per la rianimazione, per le malattie infettive e per la microbiologia», ha puntualizzato. Per non parlare dei «13mila specializzandi sono bloccati dal ministro Manfredi». Questi giovani medici «devono sapere se hanno vinto una borsa di studio, devono sapere dove devono andare e quando devono iniziare».

Il problema dei decessi

Nel corso della sua chiacchierata con AdnKronos Bassetti non tocca solo il problema degli specializzandi, ma coglie l’occasione per approfondire il tema dei dati del contagio, soffermandosi in particolar modo sui decessi, che ieri hanno toccato il triste primato di 993. Se è vero che «i decessi sono moltissimi», bisogna specificare che «intanto è un carico che ci portiamo da 3-4 settimane. Inoltre – ha spiegato – questo dato è relativo al picco di casi, circa 40mila, che abbiamo avuto». Se poi si va a controllare nella casistica, si scopre che «circa il 5% di questi casi viene ricoverato (2mila persone circa), poi una percentuale di questi finisce in rianimazione».

Mancano molti dati per potere interpretare il fenomeno

Da ulteriori osservazioni emerge la solita realtà sulle forme gravi di Covid. «L’età media dei decessi, da quello che posso vedere io in ospedale, è alta. Siamo sugli 80 anni, e questi pazienti hanno anche altre patologie», ha specificato il medico. Ma i numeri forniti dalle istituzioni non bastano per dare una lettura più completa del fenomeno – e quindi una interpretazione convincente. «Occorrerebbe però sapere di più: dove sono morte queste persone? In casa, in ospedale, nelle Rsa? Servirebbero dati più stratificati, capire quanti – ha concluso – avevano la polmonite o altre manifestazioni cliniche da Sars CoV-2».

Cristina Gauri



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