Roma, 15 mar – Andò “in Bolivia nel dicembre 2018 per incontrare dei colleghi per il progetto di un libro”. Così Cesare Battisti tenta di motivare la sua presenza nel Paese sudamericano nel suo primo verbale al magistrato di Sorveglianza di Cagliari, in attesa dell’incidente di esecuzione a Milano sulla sua istanza di commutazione della pena da ergastolo in 30 anni. Sì, perché Battisti ha chiesto di non restare in carcere a vita, spiegando di non essere scappato in Bolivia ma di esserci andato per scrivere un libro: “Mi sono trattenuto per Natale e Capodanno e sono stato arrestato il 12 gennaio”. Una gita di lavoro, mica una fuga.

Nello stesso verbale di ieri, l‘ex terrorista racconta poi in che modo sarebbe avvenuta la consegna alla polizia italiana. Si stava imbarcando, in seguito all’arresto avvenuto in Bolivia, salendo “la scaletta” di un aereo “della polizia federale brasiliana”, dopo essere stato preso in carico da “sette agenti” brasiliani. Poi però “c’è stato un conciliabolo” tra agenti boliviani e agenti brasiliani, e alla fine l’aereo brasiliano è ripartito “senza di me”. A quel punto sarebbero arrivati i poliziotti italiani.

Nelle scorse settimane, gli avvocati di Battisti hanno depositato l’istanza di commutazione della pena dall’ergastolo a 30 anni sulla base dell’unico accordo di estradizione valido, secondo i difensori dell’ex terrorista: ovvero quello tra Italia e Brasile. E proprio per questo la modalità di consegna sarebbe cruciale. Bisogna capire, secondo la difesa, se l’ex terrorista sia stato consegnato ai poliziotti italiani dai colleghi brasiliani oppure da quelli boliviani. Nel primo caso, per i legali di Battisti “si impone quindi l’applicazione dell’estradizione” brasiliana.

A prescindere però da come siano andati realmente i fatti, resta il racconto sul progetto del libro dell’ex terrorista. Tanto credibile quanto è incredibile la faccia tosta. Ma sia come sia, sicuramente ci siamo persi un capolavoro. Chissà se l’umanità se ne capaciterà.

Alessandro Della Guglia

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