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Roma, 31 ago – Oggi nella lontana Parigi del 1867, Charles Baudelaire esalava l’ultimo sospiro tra le braccia materne comprensive. Quello fu il commiato di uno dei massimi esponenti del simbolismo francese, un genio oggettivamente indiscusso tra i colossi della poesia, l’esempio per moltissimi personaggi successivi, nonché l’emblema di una vita all’insegna di lusso, sfarzo ma anche debiti. Un’infanzia complicata dalla morte del padre, un rendimento scostante al liceo parigino Louis-Le-Grand e un patrigno severo, nonché colonnello dell’esercito francese: tutto questo caratterizzò la prima fase della vita del giovane Baudelaire, il quale non ancora maggiorenne intraprese un viaggio verso l’India per abbandonare questa realtà complessa, anche se mai portato a termine. Questa esperienza però accenderà nell’adolescente una passione verso l’ignoto, verso recondite realtà a noi sconosciute: un esotismo che si rispecchierà anche nella produzione poetica futura.
Una volta rientrato in Patria, il poeta forgia con successo lo stile che lo identificherà per l’intera esistenza: quello del bohémien, nel quale rivela il suo bisogno di eccedere, un uomo dall’essere tetro ma romantico, a tratti esteta mentre spesso tinto dalle sfumature tipiche del flaneur parigino, rivoluzionario e ribelle, amante dei locali notturni e delle loro conseguenze (come droga e prostituzione). Grazie alla modesta eredità concessagli dopo la morte paterna, Baudelaire inizia a eccedere in tutto, cospargendosi però di debiti, senza mai interrompere il suo bisogno di spendere, come un incontrollabile dissipatore accanito. Senza mai aver pubblicato alcun tipo di opera, il giovane dandy era celebre per le sue compagne (per lo più meretrici, le quali facevano inorridire la madre del poeta) e per il suo essere costantemente all’interno di problemi economici.
Dopo l’esperienza come critico d’arte e giornalista, frequenta il Club des Hashischins (o Club dei mangiatori d’hashish, questo dimostra lo stile di vita di Baudelaire) e conosce personalità importanti e di lustro come Gautier e Balzac, Delacroix e Edgar Allan Poe, e inizia a comporre l’opera che lo renderà il colosso letterario che tutti conoscono: Les Fleurs du mal (I fiori del male o I fiori dal male, ancora oggi nessuna delle due traduzioni è riconosciuta come universalmente valida). In questa meravigliosa opera, Baudelaire contrappone il bene con il male ed elabora due soluzioni per sfuggire dalla condizione di sofferenza che costantemente opprime l’uomo, denominata da egli stesso Spleen (descritto nella poesia Spleen come […] come un coperchio, il cielo basso e greve/schiaccia l’anima che geme nel suo tedio infinito, […] quando le strisce immense della pioggia/sembrano le inferriate d’una vasta prigione). La prima soluzione è incentrata sull’arte e sulla poesia, dato che attraverso l’essenza della bellezza si può raggiungere l’Ideal (condizione ultraterrena che garantisce una serenità dello spirito): Baudelaire riconosce come il poeta sia il solo in grado di raggiungere questo stato d’animo divino, descrivendolo con la metafora dell’albatros nell’omonima poesia.
“I marinai/catturano degli albatri”[…] Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!/E comico e brutto, lui prima così bello!/Chi gli mette una pipa sotto il becco,/chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!”[…]/ Il Poeta è come lui, principe delle nubi”: gli uomini dell’equipaggio deridono l’albatros, il quale è come il poeta, libero però di sollevarsi da terra e volare solenne; mentre i marinai che deridono il volatile sono come la massa che non comprende il poeta. Mentre la seconda soluzione è quella per cui la raccolta è stata processata, in quanto non rispettava la morale e l’etica dell’epoca: questo tentativo di abbandonare lo Spleen si fondava sulla morte, sull’uso di alcol e droghe che incarnavano il male e il voler contrastare Dio e i suoi principi. Il titolo dunque è provocatorio: il fiore, simbolo di dolcezza, grazia e armonia, nasce dalla terra maligna.
Siamo di fronte ad un esempio di poetica encomiabile, ricca di musicalità e sensazioni incantevoli, mediante le quali l’autore identifica la natura come “un tempio ove pilastri viventi/lasciano sfuggire a tratti confuse parole;/l’uomo vi attraversa foreste di simboli”: il poeta con la sua sensibilità sarà il Vate (come D’Annunzio nel decadentismo italiano), colui il quale è in grado di interpretare i simboli e rivelare il vero al popolo, espletando i misteri nascosti. Charles Baudelaire fu un personaggio controverso ma fondamentale per la corrente decadente successiva, per i maudits come Verlaine e Rimbaud, ma anche punto di riferimento per Gli Scapigliati italiani e per romanzieri come Marcel Proust.
Davide Chindamo

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