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dazi doganali doganaRoma, 1 apr – Non dovevano essere lo strumento più tipico di un passato che mai avrebbe potuto tornare? Evidentemente no, vista l’idea allo studio dell’amministrazione Trump di ripristinare numerosi dazi in ottica di difesa delle produzioni manifatturiere nazionali.



Una scelta, operata del presidente americano, decisamente controcorrente e che sta forzando la mano ad un sistema, quello del commercio internazionale, che in effetti sembrava “naturalmente” orientato ad una sempre maggiore integrazione. Virgolette d’obbligo, dato che le aree di libero scambio di “naturale” non hanno nulla, basti vedere i successi ottenuti in questi anni – con la benedizione della Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio – fra delocalizzazioni produttive e desertificazione industriale dell’occidente. Proprio questa è una fra le principali motivazioni alla base del rinnovato interesse da parte americana per maggiori controlli alle frontiere: “Siamo in una guerra commerciale“, ha spiegato il segretario di Stato al commercio, Wilbur Ross, avvertendo che “gli Stati Uniti non si inchineranno più al resto del mondo sul fronte del commercio”. Alla guerra si risponde con la guerra, e i dazi doganali rientrano all’interno della strategia.

I decreti sul tavoli di Trump sono due e mirano, da un lato, a ridurre il deficit commerciale Usa, dall’altro a limitare fenomeni di dumping, vera e propri concorrenza sleale. Su alcuni prodotti si può arrivare a dazi al 100% del valore dei beni importati oltreatlantico, a dimostrazione che la Casa Bianca intende fare davvero sul serio. Nel mirino ci sono la Cina e il Messico, ma non solo: è noto lo scontro a distanza fra Stati Uniti ed Ue, in special modo nei confronti della Germania accusata di sfruttare una moneta sottovalutata – proprio come il renminbi di Pechino – per gonfiare un surplus con estero che tocca quasi il 10% del Pil tedesco. Da qui la scelta di punire alcuni prodotti specifici (per quanto riguarda quelli europei il Wall Street Journal ne ha elencati 90), affidando il compito nelle mani del rappresentante per il commercio estero Robert Lighthizer, che dovrà decidere come e quando applicare le tariffe. Stando agli accordi in sede Wto, gli Usa non possono sforare il tetto dei 100 milioni di dollari complessivi, ma l’impressione è che da Washington intendano fare sul serio, anche sforando all’occorrenza.

Se l’ordine esecutivo di Trump dovesse ricevere il visto del Senato sarebbero tuttavia molti i prodotti nostrani, dall’acqua San Pellegrino alla Vespa, a rischiare di finire nelle maglie dei dazi a stelle e strisce. La miopia comunitaria e italiana – bisogna “scommettere ancora sul libero mercato, il più grande motore di prosperità della storia”, ha sentenziato Gentiloni, evidentemente poco alle prese con il problema degli schiavi nelle fabbriche dell’estremo oriente – non sembra però in grado di raccogliere la sfida lanciata dal tycoon newyorchese, che sarebbe da affrontare rispondendo colpo su colpo per tornare anche noi alla tutela della manifattura domestia. Al contrario, sublima i propri ragionamenti di retroguardia nelle parole del patron della stessa Piaggio, Roberto Colaninno, che nel corso di un’intervista al Corriere della Sera spiega che “aggireremo facilmente i dazi vendendo in America le Vespe prodotte in Vietnam“. Per l’appunto.

Filippo Burla 

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