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brettonRoma, 22 lug – “Se ogni volta che si fa un prestito si fissano condizioni che rendono impossibile per la Grecia evitare nuovi aiuti finanziari, che si potranno ottenere avvilendosi ulteriormente e a condizioni sempre più umilianti, allora vuole dire che lo scopo preciso e consapevole del credito è quello di rovinare il nostro paese e tutto ciò che rappresenta nel mondo”. Sembrano parole uscite dalla penna dell’intemperante Yanis Varoufakis e che non stonerebbero sulle labbra di Salvini o di Marine Le Pen. Ma se nelle righe precedenti a Grecia sostituiamo Gran Bretagna otteniamo precisa precisa la traduzione di un articolo apparso sul settimanale britannico Economist il 23 agosto 1947. Ma cos’era successo per scatenare la violenta reazione della stampa britannica?
In quegli anni il Regno Unito attraversava un momento di impoverimento causato dalla crisi della sterlina. Una crisi però niente affatto casuale. L’aveva infatti provocata l’imposizione del dollaro come moneta di scambio globale prevista dagli accordi di Bretton Wodds del 1944 e di cui proprio oggi cade l’anniversario. L’indebolimento della valuta inglese a favore del dollaro impediva alla Corona di sanare il debito accumulato con le banche americane a seguito della Seconda Guerra Mondiale costringendola a richiedere ulteriori crediti a condizioni sempre più capestro.
Gli accordi di Bretton Woods, oggi tanto invocati come esempio per uscire dalla lunga crisi di oggi, non sono stati solo un veicolo per stabilizzare i mercati e permettere la loro crescita dopo il 1945 e fino al 1970 al ritmo dell’8 per cento annuo. Come ricostruisce splendidamente lo storico dell’economia Benn Steil nel suo avvincente La battaglia di Bretton Woods appena pubblicato da Donzelli (pp. 408, euro 38), nel paesino del New Hampshire si giocò settant’anni fa una partita solo in parte economica. Si trattava anche di ridimensionare il Regno Unito, considerato dal presidente americano Roosevelt un potenziale rivale economico e politico degli anni a venire.
A negoziare le clausole del trattato economico giungono tra le montagne del New England i rappresentanti di ben quarantaquattro paesi. All’apparenza ci si appresta a discutere le regole del commercio e della finanza del dopoguerra per assicurare la stabilità, se non proprio la pace, a un pianeta prostrato da una guerra in due atti cominciata nel 1915.
Eppure i due protagonisti di questo negoziato, l’abilissimo tecnocrate americano Harry Dexter White, rappresentante del segretario del tesoro Henry Morgenthau, e la star del pensiero economico John Maynard Keynes, sanno di incrociare le armi per ben altro. Dietro le rispettive posizioni non s’intravede il comune intento di trovare la quadratura del cerchio della prosperità economica globale.
Intrighi e rivalità a Bretton Woods fanno da cornice all’ascesa di una superpotenza come gli Stati Uniti che usa la leva economica e finanziaria contro un alleato pesantemente indebitato. L’obiettivo? Sottrargli l’ormai declinante egemonia sul commercio e la finanza internazionali. E questo grazie alla convertibilità della sterlina in dollari e alla rinuncia a ogni protezionismo sui suoi Dominions. Il tutto senza mezze parole. O almeno il Segretario del Tesoro Morgenthau nel discorso di apertura del consesso non ne ha usate.
“La limitazione della circolazione delle merci  – proclama – era l’arma economiche dei dittatori fascisti. Dobbiamo far sì che le arterie che permettono alle merci di circolare non siano più ostruite da rivalità economiche insensate”.
Chi di dovere come Keynes capisce al volo: per ottenere prestiti e sussidi l’Inghilterra, come recitava una legge per promuovere la difesa degli interessi americani votata dal Congresso americano fin dal 1942, avrebbe dovuto “eliminare ogni forma di trattamento discriminatorio nel commercio internazionale e ridurre i dazi e le altre barriere commerciali” e accettare il dollaro come moneta di riferimento dell’economia mondiale. Così dopo la guerra l’America si sarebbe trovata in una posizione favorevole per penetrare i mercati in precedenza serviti dagli inglesi. Gli Usa avrebbero mantenuto così la Gran Bretagna in una situazione di minorità per l’impossibilità di uscire dalla spirale del debito. Ma Dexter White, ideatore del sistema commerciale a scambi fissi e vincitore nel confronto con Keynes, non aveva previsto la Guerra Fredda che permise alla Gran Bretagna di ritrovare quella rilevanza strategica che fece cadere, agli occhi degli Usa, il problema della solvibilità del debito e la sua rivalità in secondo piano.
Simone Paliaga

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