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Trieste, 31 lug – Quando si mette in scena uno spettacolo che tocca argomenti delicati c’è sempre un rischio. Maxino, autore triestino ormai noto anche a livello nazionale grazie ad una sua partecipazione a “Tu si que values”, ha scritto una canzone dal titolo “Trst je nas” (letteramente Trieste è nostra) che inserisce in una rappresentazione musicale. Apparentemente sembrerebbe tutto nella norma. Peccato che il titolo della canzone incriminata sia anche il motto dei partigiani jugoslavi che hanno occupato Trieste nel 1945. Una frase che in sé racchiude una delle pagine più buie del ‘900 che per decenni si è fatto fatica a far emergere: dall’occupazione di Trieste, alle foibe passando per l’esodo e per la persecuzione degli italiani nelle terre irredenti d’Italia. Abbiamo raggiunto telefonicamente l’autore affinché potesse dire la sua.

Maxino, la tua canzone “Trst je nas” ha suscitato qualche polemica..

Mi scuso se questa canzone ha fatto star male qualcuno. Non è questo quello che mi aspetto dalla mia musica. Ci tengo a dire che mio nonno era esule istriano. Da piccolo mi raccontava spesso della guerra. E quando lo faceva piangeva. Quindi è difficili accostarmi ad un’ideologia di sinistra. Non ho alcuna inclinazione politica né a destra né a sinistra.

Da dove nasce questa canzone?

Da uno spettacolo che vede me come autista di un autobus che ascolta le storie di 5 diversi personaggi tratti da altrettanti periodi storici di Trieste. Ognuno di loro racconta la propria storia dapprima in modo molto scientifica e poi delirando. Si tratta di una parodizzazione di ognuno di questi personaggi che da seri diventano dei folli. Il primo periodo è quello austroungarico, un periodo che nessuno ha vissuto e che quindi non ha suscitato particolari problemi. Il secondo è quello fascista con la canzone “quando c’era lui” e ti posso dire che a tante persone di sinistra ha fatto girare le scatole. Per molti prendere alla leggera anche il periodo fascista è un errore e ho ricevute critiche anche per questo. Il terzo periodo è quello filo-jugoslavo. Per questo ho scelto un professore sloveno. Ed è lui che ripete, in modo assolutamente decontestualizzato e senza alcun motivo, il famoso “trst je nas”. Diventa una parodia di sé stesso, una sorta di matto. Il quarto personaggio è uno convinto dell’esistenza del TLT che comincia a delirare sulle pensioni mentre l’ultimo è un esule. Questo è un personaggio molto triste che racconta la sua storia drammatica che canta “Istria del mio cuore” diventando, anche in questo caso, una parodia di sé stesso.

Qual è il senso di questo spettacolo?

Trieste ovviamente non ha mai avuto periodi leggeri quindi c’è sempre chiunque che criticherà le mie scelte. Però il senso di tutto ciò è racchiuso nella canzone finale “troppo triestini” in cui cerco di spiegare che se da un lato siamo una città estremamente disomogenea, dall’altra siamo, all’interno di questa diversità, tutti troppo esagerati nel nostro modo di essere arrivando molto spesso a scontrarci anziché andare d’accordo.

Qualcuno però c’è rimasto male. Molto male…

E mi dispiace tantissimo. Mi scuso di questo fraintendimento. Non so cosa voglia dire avere delle reminiscenze dovute a una frase del genere. “Trst je nas” è stato trattato in modo totalmente assurdo e non pensavo che avrebbe potuto richiamare sensazioni così negative. Indubbiamente ascoltare la singola traccia, senza vedere lo spettacolo può fuorviare.

Non credi però che su alcuni argomenti non si possa fare dell’ironia? Non tutto è un gioco o uno scherzo. Alle volte forse è molto meglio osservare un silenzio contemplativo…

Capisco bene però anche il valore del silenzio ma in alcuni casi ho visto che cercare di riavvicinare le persone con un po’ di ironia può essere importante e utile. Del resto ho sempre fatto ironia anche sulla diatriba tra friulani e triestini

Però, in quel caso, non c’è una pulizia etnica di mezzo. Non credi che questo modo di affrontare l’argomento ridicolizzi o sminuisca una tragedia come quella dell’occupazione titina di Trieste?

Mi pongo questa domanda su ogni questione che affronto con la mia musica. Mi è capitato sempre che qualcuno si lamenti. Ho messo quella frase non pensando che in alcune persone andasse a toccare direttamente delle sensibilità così profonde da farle star male. E di questo mi scuso perché non avrei mai fatto una canzone che affrontasse un tema serio come quello delle foibe. E nella mia testa non la vedevo associata ad una tragedia così importante.

Non ritieni di averla toccata con un po’ di superficialità?

Si lo ammetto, e mi dispiace. Normalmente voglio evitare di creare problemi. E sicuramente se avessi immaginato una reazione così indignata non avrei mai messo quella frase forse un po’ ingenuamente. E mi fa piacere poter chiarire questa cosa perché non voglio mancare di rispetto a nessuno tanto è vero che quando mi è stato chiesto di cantare canzoni come questo al di fuori del contesto in cui si inseriscono, mi sono sempre rifiutato di farlo.

Il necessario rispetto

Se in un primo momento la canzone ha suscitato molto malumore, alla fine di questa intervista è possibile ridimensionare la questione considerandola, forse, un errore di leggerezza fatto in buona fede. Certo è che, come fatto notare allo stesso Maxino, la questione non riguarda un passaggio del testo, un accordo o un’intonazione. Il problema forse è di opportunità. In primis, l’opportunità di capire che non tutto può essere parodizzato e caricaturato. Non tutto può diventare oggetto di ironia o di provocazione.

Il punto è anche rendersi conto che davanti a certe tragedie pure un artista deve fare un passo indietro e rendersi conto che toccare sensibilità molto profonde e molto diverse tra loro rischia di essere un problema. Ed è quello che è successo all’autore triestino con la canzone “Trst je nas”. Perché per molti quel motto risulta ancora agghiacciante al punto da far riemergere spettri del passato che ancora non sono scomparsi. Ironia, provocazione, satira non sono sfaccettature che si colgono quando si ha a che fare con drammi come questo. Nessuno coglierebbe l’ironia di una barzelletta sugli ebrei raccontata alla comunità ebraica perché non susciterebbe alcuna ilarità nell’interlocutore.

Va comunque apprezzata l’onestà dello stesso Maxino che con molta sincerità ha preferito scusarsi mettendo davanti a tutto anche le proprie origini istriane. Di certo, quindi, l’intento non poteva essere quello di offendere la memoria storia di alcuno, in quanto avrebbe offeso prima di tutto la memoria della propria famiglia. Quello che resta alla fine di questa vicenda che non va sottovalutata, ma neanche esagerata, è che davanti alla morte e all’orrore di una pulizia etnica perpetrata con ferocia e odio, forse l’unico suono che dovremmo sentire è il rispetto.

Francesco Clun

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