Roma, 1 feb – E’ irremovibile il ministro Elisabetta Trenta nel commentare l’epilogo giudiziario del caso Marco Vannini: “Finché sarò ministro della Difesa, il signor Ciontoli non sarà reintegrato nelle forze armate“. Vannini, ricordiamo è il 20enne ucciso nel 2015 dal sottufficiale di Marina Antonio Ciontoli in circostanze che non furono mai completamente chiarite, probabilmente per un colpo partito per errore a Ciontoli, padre dell’allora fidanzata di Vannini. Il ragazzo era deceduto, dopo una lunga agonia, proprio nell’abitazione della famiglia ragazza. I giorni scorsi i giudici della corte d’appello, derubricando l’omicidio da volontario a colposo, hanno ridotto nei giorni scorsi la pena di Ciontoli da 14 anni a 5. 

Il commento del ministro

“Non posso entrare nei meriti della sentenza giudiziaria, poiché esula dalle mie competenze e prerogative”, ha commentato il ministro su Facebook, “ma una cosa la posso fare: il mio impegno, il mio massimo impegno, fin quando sarò io a guidare il Ministero della Difesa, affinché al signor Ciontoli non sia concesso il reintegro in Forza Armata.” Trenta prosegue spiegando di avere già dato “disposizioni alle competenti articolazioni della Difesa”.
E conclude: “Colgo l’occasione per esprimere anche tutta la mia vicinanza ai cari e alla famiglia di Marco, in questo difficilissimo momento. Comprendo il vostro dolore, comprendo la vostra rabbia, ma sappiate che non siete soli“.

Doppia umiliazione

Sempre nei giorni scorsi aveva suscitato clamore e indignazione la frase del magistrato che leggeva la sentenza della riduzione della pena a Ciontoli: i parenti di Vannini, comprensibilmente infuriati per lo sconto di pena, avevano protestato in aula, e il giudice aveva minacciato di avviare contro di loro una procedura per il reato di interruzione di pubblico servizio. “Volete fare un giro a Perugia?”, era stato il commento sarcastico del magistrato, poiché al distretto di Perugia vengono inviate le pratiche relative a eventuali reati contro i giudici della Corte d’Appello di Roma. Una ulteriore, immeritata umiliazione per i genitori del giovane assassinato.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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