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Roma, 26 apr – «Cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare».

Il cielo diventa nero e pesante come catrame. Decine di tonnellate di cesio, stronzio e plutonio invadono l’atmosfera in un raggio di mille e duecento chilometri: l’apocalisse è iniziata.

In slavo antico l’assenzio si dice chernobyl

Secondo alcune leggende popolari, le donne della Polesia, con l’acqua prelevata dal fiume Nipru e un po’ di chernobyl, preparavano delle pozioni velenose per vendicarsi dei loro mariti o fidanzati fedifraghi. Nel 1193, in ricordo di ciò, viene fondata una città: Chernobyl.

A qualche chilometro di distanza nei primi anni Settanta del secolo scorso, le ruspe abbattono pini e betulle per costruire la più grande centrale nucleare d’Europa: la “Vladimir Ilic Lenin”, la centrale che «lavora per il comunismo». A tre chilometri di distanza nasce Pripyat: è la città più giovane al mondo e anche quella che ha la vita più breve. È un gioiello per il regime sovietico, è moderna e architettonicamente accattivante. I suoi 40mila abitanti lì possono acquistare beni di provenienza occidentale e di lusso.

All’una, ventitré minuti e cinquantotto secondi di sabato 26 aprile 1986, molti cittadini di Pripyat sono sui balconi a godersi il fresco dopo una splendida giornata primaverile. Improvvisamente, un chiarore vermiglio squarcia il buio della notte nel cielo sopra la centrale. I genitori portano i bimbi, ancora svegli, a godersi lo spettacolo sui terrazzini, mentre una neve nera accompagnata da uno strano odore, che irrita gli occhi e infiamma la gola, comincia a scendere dal cielo e posarsi lentamente a terra.

Il mattino seguente a Pripyat la vita riprende normalmente. I ragazzi si recano a scuola, i bambini vanno a giocare al parco e sedici coppie della gioventù comunista si sposano. L’unica anomalia sono le decine militari e poliziotti che continuano ad arrivare in città. Perché indossano quelle mascherine?

La città viene evacuata solo un giorno e mezzo dopo l’esplosione.

Da Chernobyl alla Svezia

Forsmark è un villaggio svedese posto sul Mar Baltico, nelle cui vicinanze sorge una delle tre centrali nucleari ancora attive in Svezia. Il mattino del 27 aprile, Cliff Robinson, un chimico che lavora alla centrale, rileva un’altissima concentrazione di radiazioni. Contemporaneamente le sirene cominciano a urlare furiosamente e i monitor impazziti ingiungono l’immediata evacuazione. La stessa scena si ripete nelle altre centrali svedesi e le analisi indicano che la contaminazione sta arrivando da Sud Est. Non può essere che Chernobyl.

Stoccolma chiede spiegazioni a Mosca, che nega. Solo la minaccia di adire l’Autorità Internazionale dell’Energia Atomica sgretola il muro dell’omertà sovietica e il mondo apprende sgomento che dalle paludi della Polesia si sono sprigionati venti milioni di curie di radiazioni, pari a duecento bombe di Hiroshima.

Si è incendiato il reattore dell’unità numero quattro, del tipo RBMK: un tubo di quattordici metri di diametro per sette di altezza, riempito di uranio e grafite. Per tutta la sua altezza è percorso da cilindri che contengono le barre di controllo. Quando queste sono del tutto abbassate, la pila è spenta, mentre più sono alzate maggiore è la potenza erogata.

Per impedire che il combustibile atomico fuoriesca, nelle moderne centrali il nocciolo è racchiuso in un cilindro metallico spesso decine di centimetri, che a sua volta è inserito, in una sorta di matriosca, in due strutture in muratura che lo proteggono da eventi esterni, come impatto di aerei, terremoti, ecc. A Chernobyl tali protezioni mancano e la struttura non è in grado di resistere a sollecitazioni anche di molto inferiori rispetto a quelle appena citate. Il sistema è raffreddato ad acqua, che fluisce attraverso il nocciolo portando via il calore prodotto dalla fissione e trasformandosi, in parte, nel vapore che muove la turbina. Inoltre, nel reattore, il sistema di raffreddamento non prevede che, in caso di interruzione dell’acqua di refrigerazione, diminuisca la potenza, ma la reazione continua senza che nulla rimuova il calore sviluppatosi.

La direzione della centrale di Pripyat decide di condurre un “test dell’inerzia” sul reattore numero quattro, da effettuarsi nella nottata tra giovedì 24 e venerdì 25 aprile, per verificare per quanto tempo, dopo la caduta totale di energia, la turbina continui a girare per inerzia e riesca a tenere in funzione i dispositivi di sicurezza, prima dell’entrata in funzione dei generatori di emergenza. Un test molto azzardato, che altri impianti hanno rifiutato di effettuare.

L’esperimento consiste nel diminuire gradatamente la potenza del reattore, inserendo un po’ alla volta le barre di controllo, per poi interromperla bruscamente, chiudendo le valvole della condotta primaria che collegano il reattore alla turbina, in modo da bloccare il flusso di vapore che la fa roteare.

Sistemi di sicurezza disattivati

Un brusco calo di potenza fa entrare in funzione il sistema di raffreddamento di emergenza con il conseguente allagamento del reattore, mentre un rapido aumento provoca lo spegnimento automatico dello stesso. Questi procedimenti provocano il blocco dell’attività per diverse settimane. Per evitare la sospensione dell’erogazione energetica, la direzione della centrale che «lavora per il comunismo», alle 14 del 25 aprile fa disattivare i sistemi di sicurezza, in particolare quello deputato al raffreddamento.

Inoltre, la diminuzione della potenza viene rimandata al giorno seguente, per mantenere stabile la produzione energetica, in modo da supportare un’altra centrale che ha avuto dei problemi. Il sistema di raffreddamento è però, incautamente e in spregio alle più elementari norme di sicurezza, lasciato sconnesso.

Il test riprende alle 23.10 del 25 aprile, ma l’abbassamento delle barre di controllo viene condotto in modo maldestro e la forza del reattore precipita da 1500 a 30 megawatt. Questo brusco calo di potenza causa una serie di cambiamenti all’interno della pila, che provocano una anomala reazione di fissione, i cui prodotti assorbono più neutroni del normale rendendo arduo tenere sotto controllo la potenza del reattore ormai “avvelenato”.

Vista la situazione, l’esperimento avrebbe dovuto considerarsi fallito e il reattore immediatamente spento. Il vice capo ingegnere Anatolij Dyatlov però costringe i tecnici a proseguire. Sono ritirate quasi tutte le barre di controllo e dopo un’ora la potenza risale a 200 Megawatt. Quindi vengono attivate le pompe idrauliche per fare entrare più acqua nel nocciolo e raffreddare il reattore, dato che l’aumento di potenza della pila “avvelenata” rischia di determinare un insidioso accumulo di calore. Ancora una trasgressione: il flusso dell’acqua, aumentato di 15mila metri cubi all’ora più di quanto consentito, mette in iperaffaticamento il sistema idraulico rischiando di provocare rovinose vibrazioni delle tubazioni. Intanto, sul fondo del cilindro che contiene il nocciolo, inizia a concentrarsi sempre più un pericoloso calore. Il test però continua.

L’ing. Igor Kershenbaum chiude una valvola arrestando il flusso di vapore verso la turbina, e nello stesso istante vengono spenti i due generatori che danno energia al sistema. Il vapore, che ormai non può più prorompere nella turbina, riempie le condutture connesse con le pompe, e sostituisce l’acqua che avrebbe dovuto raffreddare il reattore, impedendo la dispersione del calore e provocando un innalzamento inquietante della temperatura.
Il supervisore Aleksandr Akimov preme il pulsante AZ-5, per permettere il reinserimento delle barre di controllo, ma queste si fermano dopo solo due metri, invece dei sette necessari, e si bloccano.

Le sirene d’allarme cominciano a urlare e si odono ripetuti colpi: i duemila cappellotti protettivi pesanti 350 chili, posti sopra il coperchio del reattore, saltano in tutte le direzioni come tappi di spumante. Poi un’esplosione, il reattore raggiunge una potenza inaudita, il combustibile nucleare si polverizza e la pressione del vapore fa scoppiare le condotte. Dopo un secondo, un’altra deflagrazione: il coperchio, pesante mille tonnellate, è sparato in aria e le radiazioni fuoriescono indomabili; l’ossigeno penetra all’interno, raggiunge la grafite e l’incendia; il metallo delle condutture reagisce con l’acqua producendo idrogeno, che esplode. Trentacinque tonnellate di combustibile nucleare vengono scagliate nel cielo dal reattore mutatosi in un vulcano, che invece di lava e lapilli, erutta enormi quantità di isotopi radioattivi.

Un’immensa nube radioattiva attraversa la foresta di pini, annichilendola, e prosegue il suo nefasto pellegrinaggio verso il resto del mondo.

Eriprando della Torre di Valsassina

4 Commenti

    • Adriano Calabrese ma lascia la droga. Il primato nazionale è davvero un primato! ma di minchiate! a tal punto che le cagate che scrivono non le leggi neanche nei peggiori giornali di minchiate del mondo. Gestito sicuramente da persone totalmente ignoranti e campioni nel far ridere chi legge ciò che scrivono. leggere Lercio ha più senso! scrivete davvero troppe minchiate.