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scontri centri socialiBologna, 18 feb – L’agonia del mondo dei centri sociali e dell’antifascismo militante è un processo ormai irreversibile. Di prove cliniche che attestino la morte cerebrale ne abbiamo fin troppe. Pesiamo solo al caos bolognese: con la il loro sbraco, con la loro arroganza, con la loro implosione estetico-antropologica, i centri sociali sono riusciti a generare una levata di scudi persino nel pur sinsitrissimo ambiente universitario felsineo, apparendo per ciò che sono, ovvero un mondo autoreferenziale ormai sganciato dalla realtà, persino da quella a loro contigua. Pochi giorni prima, a Genova, i centri sociali avevano fatto a botte con l’Anpi, il che, se può far sorridere chi sia estraneo a quella filiazione ideologica, qualche cosa di ciò che sta accadendo in quel mondo pure la dice. Qualche mese fa, a Roma, un centro sociale è stato letteralmente chiuso dalla cittadinanza dopo l’ennesima manifestazione antifascista naufragata in violenze e danneggiamenti insensati. A questa arroganza, un quartiere popolare romano, la Magliana, ha reagito ponendo fine per sempre ai soprusi di quel gruppuscolo. Cos’altro aggiungere? Lo stupro antifascista di una povera ragazza a Parma? Il poliziotto sfigurato dall’attentato di Firenze?



Di episodi ce ne sono sin troppi: situazioni spesso di vantaggio tramutatesi in rovinose catastrofi politiche per l’incapacità di sapersi relazionare col mondo al di fuori di tic, reazioni pavloviane, categorie superate e incomprensibili. Le ragioni di questo fallimento sono numerose: il concepire i propri spazi come riserva ludico-edonistica anziché come avamposti di una conquista politica, la fissazione su battaglie autoreferenziali (le droghe leggere), l’abbandono del target popolare in favore di minoranze non radicate (i gay, gli immigrati), l’assenza di gerarchie e visioni politiche chiare, la subordinazione del progetto politico alla fascinazione per il “riot”, come lo chiamano loro etc. Suoniamo il de profundis, quindi? Non ancora. Malgrado la crisi cronica, infatti, qualcosa riescono ancora a farla. Ricattare, per esempio.

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Il caso di Bologna lo testimonia: malgrado il torto marcio, malgrado un consenso pressoché unanime contro di loro, i centri sociali l’hanno spuntata. Succede, sempre più spesso di quanto dovrebbe: il relatore di una conferenza costretto a rinunciare, il gestore di un locale indotto a tirarsi indietro, il titolare di uno stabile portato a disdire un contratto, un rettore dell’università che no può mettere i tornelli nella biblioteca del suo ateneo. Questo spirito intrinsecamente mafioso – peraltro apertamente rivendicato come prassi legittima e persino edificante – è il risultato di quote di potere residuali ricavate dalla legittimazione concessa loro negli anni scorsi dalla sinistra istituzionale. Beninteso, non è un dato politico rilevante. È un fastidio, tutt’al più. Un fastidio che la suddetta sinistra istituzionale si merita in pieno. Peccato solo per tutti gli altri.

Giorgio Nigra

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1 commento

  1. Da bolognese doc ( da generazioni che si perdono nella notte dei tempi, siamo una tazza in via di estinzione) posso testimoniare quanto ci stiano sul cazzo ‘sti studenti fuori sede che appena vengono a Bologna approfittano dell’ambiente favorevole per dare libero sfogo a quei comportamenti che al paesiello da dove provengono sarebbero inamissibili.
    Purtroppo Bologna attira in larga parte un tipo di studenti che vengono per illudersi di vivere il mito del movimento del ’77.
    Aggiungo che molti miei concittadini lucrano sui fuorisede e che la politica della mia città tradizionalmente di sinistra appoggia queste merde e noi bolognes, delusi e amareggiati preferiamo spesso rifugiarci in provincia piuttosto che difendere il nostro spazio vitale.

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