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zdenek zeman pescaraPescara, 18 feb – Zdenek Zeman è ancora in serie A. Un calcio infinito, capace di regalare ancora emozioni. All’assalto come sempre. “Non conto mai le sigarette che fumo ogni giorno, altrimenti mi innervosirei e fumerei di più”. Torna Zdenek Zeman, torna a Pescara. Il maestro, boemo di ventura, riassapora il calcio da A dopo la delusione masticata in quel di Cagliari.

Un percorso interrotto, in riva all’Adriatico, quasi cinque anni fa. Un campionato, quello cadetto, dominato con Lorenzo Insigne, Ciro Immobile e Marco Verratti allievi diventati esegeti di un pallone che non ha perso la sua innocenza. “Capisco che il calcio possa anche essere fonte di stress. In alcune piazze ci sono pressioni. Io però non sono stressato. Il calcio sotto questo aspetto non mi ha mai dato problemi. Io alleno anche perché mi diverto. Se fosse per me continuerei ad allenare fino ad 80 anni, ma lo so che non sarebbe possibile e non me lo permetterebbero”. Ancora quei gradoni, ancora quei dettami dal sapore di tradizione. La voce lenta, inesorabile, va a pescare tra le radici del manto verde. Radici sanguinose, incapaci di portare trofei nella bacheca del tecnico ceco, ma che lo hanno reso immortale per chi ha elevato il pallone a forma d’arte. I tifosi, baluardi di fedi antiche. “Modulo e sistemi di allenamento non li cambierò mai. Per coprire il campo non esiste un modulo migliore del 4-3-3”. Ripartirà da Gianluca Caprari, l’unico ancora in rosa nel 2012, punterà sulla gioventù, su Ahmad Benali, ma anche su vecchi lupi di mare come Alberto Gilardino e Hugo Campagnaro.

Bisognerà che la squadra, fin da domenica contro il Genoa, cada in trance. Si affidi alle braccia sapienti di Zeman, si faccia modellare, credendo, fortissimamente credendo, che con un pallone tra i piedi i desideri non hanno limite. “Non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri”. Filosofia utilitaristica, incapace di sorrisi, incapace di mezze verità. Un ribelle come piacerebbe ad Ernst Junger e a Massimo Fini. Un’essenza da osteria, nel freddo inverno di Praga, accompagnato dal camino e da un bicchiere di vino. Essenziale. Emozionale. Assaggio di virtù mai sopite. “Non c’è nulla di disonorevole nell’essere ultimi. Meglio ultimi che senza dignità”.

Triangoli infiniti sul rettangolo verde, in quel 4-3-3 generatore di spettacolo, ma con i tacchetti piantati nel suolo. Con il viso al nemico, donandosi ben oltre l’astio altrui. Ben oltre le malelingue. Zeman ha scelto di scegliere il calcio, lontano dai procuratori, dai laboratori, dalle siringhe, dalle scommesse e dalle raccomandazioni. Inseguendo un ideale, lungo una vita, senza mai voltarsi neanche per prendere la rincorsa. “Il risultato è casuale, la prestazione no“. Mistico come l’indefesso soldato romano, alle porte di Pompei, narrato da Oswald Spengler in L’uomo e la macchina. Intrappolato nelle pagine finali de Le ultime ore dell’Europa vergate da Adriano Romualdi. “Ma non tutti sono disposti a capitolare. Il generale Mummert, comandante della Divisione Muncherberg – che qualche giorno prima aveva minacciato di far sparare sui tribunali speciali delle SS qualora avessero dato fastidio ai suoi soldati – ha fatto sapere che non si arrenderà ai Russi, ma tenterà la sortita”. L’assalto ci sarà, baionette in canna. Nel mentre i militi tedeschi, con Berlino in fiamme, “gridano in faccia al nemico la loro rabbia, il loro odio, il loro orrore. Urlano ‘Hurrà!'”. Proprio come le teorie di Zeman, ghignando anche quando conosci il sapore della sconfitta, ma la trasformi nella tua compagna.

Lorenzo Cafarchio

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1 commento

  1. Zeman è il Saviano del calcio.Tanta morale.Ma pochissima “etica”.E riconoscimento a chi lo salva dal limbo uguale a zero…il suo gioco sarà anche uno spettacolo.Da foggiano non posso negarlo.Ma se fai il moralizzatore DEVI essere esempio.Altrimenti,fai come gli altri.Alleni e zitto.Ma dall’alto del personaggio che si è creato,forse,è anche peggio degli altri…

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