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Che cosa significa davvero fare un dono (di Natale e non solo)

by Adriano Scianca
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regali-nataleRoma, 26 dic – Passato il Natale e archiviata la questione regali, è tempo di bilanci su ciò che si è avuto e ciò che si è dato. A ognuno di noi capiterà quindi di provare imbarazzo per aver fatto un regalo di poco conto a chi, invece, è stato molto generoso con noi. Altri, invece, si troveranno nella tacita posizione di forza di chi è stato prodigo e ha donato più di quanto abbia ricevuto. Questo tipo di relazioni non sono affatto banali: il dono è l’unica occasione in cui la ricchezza consiste nel privarsi di beni anziché nell’accumularli.

È questo il senso della frase “Io ho quel che ho donato”, tratta dal De beneficiis di Seneca e fatta incidere da D’Annunzio sul portone del Vittoriale degli italiani. Si tratta di una vera e propria rivoluzione mentale rispetto al paradigma utilitarista. Come noto, questi aspetti sono stati analizzati da un celeberrimo saggio di Marcel Mauss, che ha definito il dono un “fatto sociale totale”, perché capace di innescare relazioni e rispostevittoriale su vari livelli, in grado di coinvolgere tutta la comunità. Fuori dal sistema capitalista, l’economia del dono è dominante. Questo accade in ogni società tradizionale, comprese quelle indoeuropee. Addirittura, scrive Émile Benveniste, nel mondo indoeuropeo “l’attività di scambio e di commercio si caratterizza in modo specifico in rapporto a una nozione che ci sembra diversa, quella del dono disinteressato; il fatto è che lo scambio è un circuito di doni piuttosto che un’operazione commerciale”. Lungi dal rappresentare un’eccezione al mondo del commercio, il dono ne rappresentava originariamente il contesto nativo in cui esso poteva svilupparsi, quindi.

Strutturata sui tre obblighi di donare, ricevere e restituire, l’economia del dono presenta il duplice aspetto della relazione e della sfida. Ci si lega all’altro in un rapporto di alleanza, amicizia, parentela o amore, ma allo stesso tempo lo si chiama a far meglio. Il dono, inoltre, stabilisce una gerarchia: più si dona, più si è potenti. “Il potere – spiega Charles Champetier – è innanzitutto ‘potere effettivo di donare’, di donare di più, di creare un debito insolubile per il donatario, debito che lo obbliga, nell’incapacità di rendere, ad accettare la dominazione del donatore. Il capo dona degli ordini senza riceverne mai, come i genitori donano la vita al bambino senza che egli possa renderla loro, come il guerriero dona la sua vita difendendo la sua comunità senza che si possa riscattarne la gloria in altro modo che rendendogli omaggio”. È qui che passa la frontiera tra il nobile e l’ignobile, tra il padrone e lo schiavo intesi come figure ontologiche. Scrive ancora Champetier: “Non si nasce schiavo, lo si diventa: dimenticando il dono, per la paura del bisogno, per l’appetito del possesso. Non si nasce padrone, lo si diventa: con il pensiero della gloria, per la grandezza del sacrificio, per il superamento dei propri debiti”.

Partendo da queste considerazioni, e sulla scorta delle ricerche del Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali (Mauss, in onore al celebre antropologo), nato a Parigi nel 1981 da alcuni sociologi e antropologi della sinistra culturalmente più vivace, il fatto sociale del dono ha conosciuto un revival importante nel mondo della cultura, molto spesso anche eccessivo. In fin dei conti, non è che il sistema capitalista veda come fumo negli occhi il Natale e la cerimonia dello scambio di regali. Ne fa, anzi, un pilastro del mercato (i doni bisogna pur comprarli da qualche parte). Insomma, non bisogna esagerare la portata rivoluzionaria del dono come fatto economico. Del resto il nuovo consumismo è più diffuso, differenziato e “emotivo” di quanto non fosse il modello utilitarista classico: “recuperare” il dono e neutralizzarne la natura “eversiva”, per esso, è un gioco da ragazzi.

C’è solo un aspetto della questione che è irrecuperabile: è il dono incarnato, concepito come stile di vita, come attitudine esistenziale. Il dono di ciò che non è mercificabile: se stessi, il proprio tempo, il proprio impegno, la propria incolumità, la propria vita. Il dono si sé. In questo, il nostro sistema è ancora rigidamente utilitarista: nulla vale il benché minimo sacrificio personale, il massimo dell’impegno è lo sbraitare onanistico sui social network, che non costa nulla. Questo è veramente rivoluzionario, perché richiama a un’autenticità esistenziale soppressa dall’ipnosi mediatica. Saper rendere il dono di sé pratica quotidiana e riuscire a estenderne il valore tramite l’esempio è qualcosa che mette seriamente in difficoltà il sistema. Il buio di un’esistenza mortificante teme solo una luce che la rischiari: come il sole, che sfolgorando dona e non chiede nulla in cambio.

Adriano Scianca

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