Roma, 17 dic – Che palle, “Diabolik”! Che occasione sprecata, che amara delusione. Chi vi scrive da ragazzino ha amato il fumetto e ieri all’uscita dal cinema alla prima della trasposizione cinematografica dei Manetti Bros. non facevo che ripetere: “Ma cavolo, fai un film su un fumetto e lo fai più lento dei film d’autore?“. Zero azione, zero pathos, zero suspense, zero ritmo. Tutti gli ingredienti c’erano eccome – ma sono buttati lì alla rinfusa – e il risultato è un disastro totale. Tutto perfetto: ambientazione, atmosfera, costumi, luci, musiche – la canzone di Manuel Agnelli è fantastica – stiamo proprio negli anni ’60. Ma alla fine il film non parte mai. E si capisce subito, purtroppo.

Un film che delude le aspettative

Un film attesissimo (almeno per chi vi scrive), con attori lanciatissimi, un battage pubblicitario notevole, la grande prova del cinema italiano alle prese con un monumento nazionale: il fumetto “Diabolik” – “chi lo incontra, incontra la morte”. E invece? Il film è un flop, una sòla fin dall’inizio, dalla sequenza dell’inseguimento, che quasi mi vergogno a definirlo tale, dopo decenni di critica cinematografica e un breve passato di docente del genere musical – il più difficile, più dell’horror – in una scuola romana. Cresciuto a pane e Fernando Di Leo, ho sempre smentito chi osava dire che noi italiani non sappiamo girare le scene di inseguimento. Nei nostri poliziotteschi ci sono vere perle, a riguardo. Ebbene, i Manetti Bros. hanno girato l’inseguimento più lento, moscio, ridicolo della storia del cinema italiano. E a dire che c’è pure la Jaguar di Diabolik che vola! Ma non basta.

I dialoghi sono insopportabili

Tu ti dici “va bene, dai: è così un po’ statico, ma è perché vuole ricreare il fumetto, introdurci nell’atmosfera” (peccato che il montaggio sia inesistente). Ma poi succede anche di peggio: vengono presentati i personaggi e scattano i dialoghi. Un film pieno di dialoghi, che spiegano tutto, che sembrano rivolti a dei deficienti. Didascalici, ingessati, affettati, spesso talmente poco credibili che sono involontariamente ridicoli – Alessandro Roja, pietà. Va bene che i Manetti Bros. amano il fumetto in questione e lo ricreano alla perfezione, nell’atmosfera. Ma purtroppo in questa atmosfera si muovono attori davvero fuori parte, come Serena Rossi, che sembra capitata sul set per sbaglio mentre stava girando qualche fiction tv. Per non parlare del fatto che da un certo punto in poi, quando l’azione (si fa per dire) si sposta a Ghenf/Trieste, tutti parlano dialettico nordico, così a buffo. Forse per compensare la calata romanesca non ben mascherata da Ginko/Mastandrea?

Bravi Marinelli e la Leone, ma non salvano il film

Nel cast spiccano i due protagonisti, assolutamente azzeccati – anche se Luca Marinelli nel ruolo di Diabolik non ha la faccia abbastanza dura, cattiva, spietata. Chi proprio sembra l’incarnazione – è il caso di dirlo – della Eva Kant su carta è Miriam Leone. Lei è perfetta: la cosa migliore del film. Anche per via del fatto – sia chiaro – che il film è brutto e non riuscito. La sua Lady Kant invece è proprio come se la immagina chi ama il fumetto. Una donna pericolosissima, che soltanto un Diabolik può provare a tenersela buona. Peccato che la Leone si aggiri con eleganza e fascino, con l’incarnato bianco quanto il fumetto e un biondo quasi regale, tra personaggi non all’altezza. Infatti capiamo benissimo perché Marinelli abbia detto no ai seguiti del film: avrà visto il girato finale.

Un conto è il fumetto, un conto è il cinema

In buona sostanza, siamo sicuri che tra chi ama i fumetti questo “Diabolik” piacerà. A partire dalla insopportabile scena di lui che ripete la frase del registratore per imitare la voce del malcapitato di turno a cui deve rubare l’identità. E’ molto da fumetto: ma al cinema causa scrotalgia. Chi vi scrive poi è un romanticone e trova sprecata la bellissima storia d’amore “al di là del bene e del male” tra Diabolik, assassino, fuorilegge, spietato, cattivo e Eva Kant, assassina, fuorilegge, spietata e cattiva. Si perde in un film di due ore, percepite come quattro. Saranno contenti i fan dei fumetti, ripeto. Ma bisogna saper distinguere: è come quando uno traspone sullo schermo una pièce teatrale con la macchina da presa immobile e i tizi sulla scena che recitano. A quel punto uno va a teatro: perché il cinema è un’altra cosa. E un film deve conquistare chi ama il cinema.

Diabolik” dovrebbe piacere a un pubblico il più vasto possibile, mica è cinema d’autore. Dovrebbe ambire a sfidare i blockbuster. Ebbene, in questo, la pellicola dei Manetti Bros. (che a Mario Bava e il suo “Diabolik” del 1968 gli spicciano casa, come si suol dire) fallisce clamorosamente l’obiettivo. E dopo la prima ondata di spettatori, mossi dalla curiosità, è probabile che il tam-tam svuoterà le sale. Che peccato! Che occasione sprecata per il nostro (grande) cinema.

Adolfo Spezzaferro

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