Roma, 19 apr – Non se ne è andato “solo” una parte storica dell’attivismo romano. Non se ne andato “solo” il più longevo segretario di sezione d’Italia. Non ci ha lasciato “solo” la sentinella di uno dei luoghi più sacri della destra italiana – la sezione di Acca Larentia. Carlo Giannotta non era “solo” questo. Abbiamo salutato, nel corso della lunga veglia e nel rito ufficiale, un pezzo di Roma. Di quella Roma odiata da tanti, ma che tiene attaccati a sé molti di quelli che la conoscono, quasi tutti quelli che ci sono nati. Perché quella Roma che tanti criticano, più per mancanza di capacità individuali che per autentico sentimento, più per invidia che per vero sdegno, Carlo la rappresentava al meglio.

La Roma che ha imparato a cavarsela da sola. La Roma che ti alleggerisce il cuore quando tutto ti sembra andare a rotoli. La Roma scanzonata e godereccia che, nonostante le mille concessioni che si fa, continua a far ruotare lo scorrere della propria vita attorno al solco che segna il confine tra il torto e la ragione. Senza troppe smancerie, senza troppa filosofia, solo quella “vox populi, vox dei” che rifiuta i giudizi morali a meno che non si scavalchi quel confine. Quella Roma fatta di rispetto dovuto fino a prova contraria. Ecco, un uomo di popolo, così come dovrebbero essere quelli che scelgono di fare il mestiere della politica. Lui il mestiere della politica non l’ha mai inteso come tale.

La militanza prima della carriera


Potevi stare ore a sentirlo raccontare aneddoti e retroscena dei fatti politici che hanno interessato il vecchio Movimento Sociale Italiano. Racconti appassionati e divertiti, a volte amari, ma sempre taglienti; racconti al termine dei quali sempre ti si affacciava alla mente la stessa domanda: «come mai lui è sempre rimasto “solo” il segretario della sezione di Acca Larentia, mentre tutti i suo “camerati” diventavano parlamentari, senatori, sindaci, consiglieri, dirigenti?». Qualcuno potrà obiettare che Carlo non aveva la “stoffa”, la preparazione, la cultura per salire la scalinata che porta a rappresentare altri. Chi lo pensa però, è evidentemente in malafede o, più semplicemente, poco consapevole di sé.

No, la risposta a quella domanda non afferisce alle capacità, ma alle attitudini. In questi giorni, tra i vari epitaffi che gli sono stati dedicati sui social network, ne ho letto uno che, meglio di tutti, racconta Carlo. Lo ha scritto Gino Tornusciolo, consigliere comunale di Casapound a Grosseto. Uno che Carlo non lo conosceva nemmeno. Gli ha parlato, per la prima volta, in occasione della annuale festa del movimento. Carlo, al termine di un lunghissimo giro per l’Italia, si presenta, prima dell’apertura con il suo camper. Saluta tutti e tutti lo salutano come si deve ad un ospite. Non gli prestano una attenzione particolare, dato anche il momento frenetico che precede le inaugurazioni di eventi impegnativi.

Lui si posiziona lì, con il suo camper, nel parcheggio del centro sportivo tra la campagna e la costa grossetana. È bastato un giorno perché i ragazzi più giovani, quelli impegnati nei lunghi turni di guardia all’esterno della festa, lo apprezzassero e iniziassero a volergli bene. Il suo camper è diventato rifugio e ristoro per tutti i ragazzi che, per incarico ricevuto, dovevano stare lì. Perché questo era Carlo, un generoso, un uomo che non si è mai presentato agli altri con la sua carica, ma solo con il suo nome, una persona che “i camerati bisogna aiutarli”. Solo dopo gli organizzatori hanno saputo chi fosse quel signore, ma oramai lui era già uno di loro.

Io ho quel che ho donato

Questo è forse l’insegnamento che molti avrebbero dovuto non dimenticare. Sei quello che fai in quel momento, non quello che hai fatto in un lontano passato. Se ne è andato un pezzo di Roma, un uomo che ha dedicato la vita all’attivismo e alla militanza. Un uomo che reinterpretato il ruolo della sentinella così come solo il genio popolare può fare. Incapace di stare fermo, nel giorno in cui ha deciso che casa sua – Acca Larentia – dovesse essere lasciata in dote, perché «a chi je voi bene, lo devi sapè lascià andà», aveva già occupato altri due locali. Già, occupato, un atto illegale, un atto apparentemente ingiusto.

Un atto di profonda giustizia sociale se li strappi al pubblico abbandono, per renderli vivi e attivi per i tuoi concittadini. E così è finita. Carlo li ha donati per questo tipo di attività, perché, al di là delle mille chiacchiere dei dotti filosofi, “io ho quel che ho donato” non è un motto, un tatuaggio, un murales, ma prassi di vita quotidiana. Vorrei chiudere con un «ciao Carlè, Roma non sarà più la stessa», ma so già cosa mi risponderesti. Roma è la stessa da 3000 anni e così resterà per i prossimi 3000 anni.

Andrea Antonini

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