Tripoli, 19 apr – Donald Trump ha chiamato oggi il generale Khalifa Haftar. Un lungo colloquio telefonico in cui, stando a quanto riferito dalla Casa Bianca, il presidente americano ha ribadito “la necessità di raggiungere la pace in Libia”. Trump ha voluto però cogliere l’occasione anche per elogiare il generale, riconoscendogli un “significativo ruolo nel combattere il terrorismo”. E stando sempre a quanto comunicato dalla Casa Bianca, i due “hanno discusso una visione comune per la transizione in Libia verso un governo stabile e democratico”.

Aspetti non trascurabili: è vero che Haftar ha combattuto l’Isis, ma dall’inizio di aprile, al contempo, ha ordinato alle sue truppe di “liberare Tripoli dai terroristi”. Un chiaro riferimento al governo che guida la capitale libica e alle milizie che lo sostengono. La “visione comune per la transizione in Libia” auspicata da Trump è poi piuttosto indicativa del ruolo, sottotraccia, che sembra voler svolgere l’amministrazione di Washington.

Chi è Haftar?

Khalifa Haftar non è semplicemente l’uomo forte della Cirenaica che sta tentando di abbattere il governo di Tripoli. Non è neppure soltanto un generale sostenuto dalla Francia che mira a scalzare l’Italia in Libia. Haftar è un vecchio amico della Cia, almeno dal 1987 quando da comandante dell’esercito di Gheddafi fu fatto prigioniero dalle forze armate del Ciad durante la battaglia di Wadi al-Dum.

Da prigioniero formò, grazie ai servizi statunitensi, la cosiddetta “Forza Haftar”, composta da circa 2mila carcerati libici che avrebbero dovuto rovesciare il regime libico. Fu il primo tradimento di Haftar, che nel 1990, dopo un breve trasferimento in Zaire organizzato dalla Cia, fuggì in Usa grazie a un lascia passare di Washington. Negli Stati Uniti ottenne la cittadinanza americana e trascorse 20 anni, prima di lasciare la sua casa in Virginia e far ritorno in Libia nel 2014 per contribuire attivamente all’insurrezione contro Gheddafi voluta da Francia e Stati Uniti.

Adesso, da ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore della Cirenaica, cerca di abbattere il governo di al-Sarraj sostenuto dall’Italia. Il tentato blitz, come noto, è fallito. Ma il generale continua la sua guerra, apparentemente isolato a livello internazionale, eppure, a ben vedere, appoggiato dietro le quinte dagli storici amici che lo hanno salvato, sostenuto e pompato varie volte. Haftar sembra dunque un grimaldello, da tirar fuori all’occorrenza per rompere i tentativi di formare istituzioni più o meno stabili nell’ex colonia italiana.

Eugenio Palazzini

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