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ubbleRoma, 5 giu – Sapere se si sopravviverà nei prossimi 5 anni? Ora si può. E non servirà più farsi leggere la mano, i tarocchi, fondi di bicchiere o strane sedute di stregoneria, infatti sarà sufficiente compilare un test online chiamato “Ubble: Uk Longevity Explorer”, accessibile sul sito www.ubble.co.uk. Il test è stato messo a punto dal professor Erik Ingelsson e il dottore italiano Andrea Ganna, del Karolinska Institute di Stoccolma, in Svezia con la collaborazione della Charity Sense About Science (e il contributo della Knut and Alice Wallenberg Foundation e del Swedish Research Council). Di questa ricerca ne ha parlato nell’ultimo numero la rivista scientifica Lancet.

E’ stato già soprannominato il “Test della Morte”, dal momento che in pochi minuti sarà possibile sapere se si morirà entro i prossimi 5 anni semplicemente rispondendo ad alcune domande11 per le donne e 13 per gli uomini che riguardano: lo stile di vita, l’ambiente, la presenza o meno di malattie croniche, esami del sangue, le funzioni cognitive, storia familiare, anamnesi personale, misurazioni fisiche, fattori psico-sociali, fattori specifici di genere e sociodemografici. Le domande variano appunto da quelle più generiche come «quante macchine possedete in famiglia?» o «con quante persone vivi in casa?», a quelle più specifiche legate allo stile di vita: «fumi?», «ti è mai stato diagnosticato il diabete o un cancro?». Viene soprattutto data una particolare importanza agli aspetti psicologici (come ad esempio problemi di ansia, depressione oppure la perdita o la nascita di un figlio) ed economici (licenziamenti e assunzioni), per gli effetti psicosomatici che lo stress può avere sulla salute. Il test è inoltre accessibile a donne e uomini con un’età compresa tra i 40 e i 70 anni.

Ubble è stato sviluppato in seguito ad una lunga ricerca che ha raccolto dati sulle principali cause di mortalità, problemi psicologici e sociali, tra il 2006 e il 2010, di quasi mezzo milione di persone tra i 40 e i 70 anni della UK Biobank in tutto il Paese e grazie a complessi algoritmi è stato possibile individuare i fattori chiave del rischio mortalità, su cui si basano appunto le domande del test. Al termine del Test verrà indicata anche l’ “età Ubble”: se questa risulterà inferiore all’ età reale, vorrà dire che anche il rischio di morte nei prossimi 5 anni sarà basso (verrà comunque indicato con una percentuale), se invece l’età risulterà maggiore a quella reale si hanno invece maggiori probabilità di morire nei prossimi cinque anni.

Secondo il coautore Erik Ingelsson (Uppsala University), si tratta “della prima analisi di questo tipo che si basa su un così largo studio dei casi e non è limitato ad una specifica popolazione a rischio e non richiede esami di laboratorio”. ”Speriamo che grazie al punteggio che emerge dal test i medici potranno identificare velocemente e facilmente i rischi maggiori per i pazienti”, ha detto Andrea Ganna, co-autore italiano dello studio. Lo scopo è quindi quello di  aiutare medici e individui a valutare i rischi. Qualcuno ha inoltre visto in questo strumento uno stimolo a cambiare stile di vita, dall’alimentazione al fumo, fino alla pratica sportiva e avere una vita più “corretta” e “regolare”.

Bisognerebbe però interrogarsi sull’efficacia del potere di persuasione di questi strumenti. Le campagne contro il fumo ad esempio sono ormai talmente esaustive e spesso fin troppo scioccanti ma a quanto pare il consumo di tabacco non è diminuito, anzi, è in aumento soprattutto tra i giovani perciò fino a che punto un test simile potrà ottenere i risultati sperati?

Infine, Simon Thompson e Peter Willeit dell’ Università di Cambridge, nel commento allo studio, segnalano le similitudini di questo questionario con la Carta di rischio Cardiovascolare, già in uso da anni in tutti i paesi: “bisognerà discutere sulla possibilità che tutto questo porterà ad un miglioramento dell’autoconsapevolezza del proprio stato di salute o sarà solamente un altro passo nella cosiddetta cybercondria“. Sì, perché i più ignorano il diffuso pericolo di sviluppare un’ossessione vera e propria caratterizzata dalla ricerca continua online di informazioni su malattie, basata sulla convinzione infondata di essere affetti da una qualche sindrome. Infatti le persone che in America si rivolgono al Dottor Google sono 8 su 10 mentre in Italia, secondo una ricerca del Censis (2012) ben il 32% della popolazione sceglie il web per interpretare sintomi e riconoscere patologie prima di rivolgersi al medico di base o a uno specialista.

Va bene la predizione di morte ma solo se essa viene vissuta positivamente come un incipit al miglioramento.

Marta Stentella

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