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Traffico armiNapoli, 8 feb – Recentemente ha destato scalpore il caso dei due coniugi di Napoli arrestati con l’accusa di traffico internazionale di armi. Mario di Leva, 69 anni, e Annamaria Fontana, 63 anni, sono stati fermati insieme al manager della Società Italiana Elicotteri Andrea Pardi. Un quarto uomo, il libico Mohamud Alì Shaswish, anche lui raggiunto dal provvedimento emanato dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia, su ordine della Dda partenopea, al momento risulta irreperibile.



I due avrebbero messo in piedi, grazie alla loro rete di contatti, un sistema di traffico di armamenti, anche pesanti, verso quei Paesi soggetti ad embargo come Libia e Iran, convertendosi anche all’Islam, ovvero, secondo gli inquirenti, seguendo un processo di radicalizzazione pari a quello dei terroristi islamici di casa nostra. La storia dei due coniugi, però, sembra lasciar intendere che la realtà potrebbe essere diversa da quello che sembra a prima vista. A quanto sembra il Di Leva, trafficante di armi da anni, non avrebbe mai fatto molta distinzione tra sciiti e sunniti nonostante le foto che lo ritraggono, con la moglie, insieme ad Ahmadinejad, vendendo allo stesso tempo elicotteri all’Iran e armi ai jihadisti in Libia. La Fontana ha una storia ancora più singolare: consigliere comunale a S. Giorgio a Cremano prima nelle file del PCI,  dal settembre 1976 al maggio 1981, in seguito nel PSDI dal giugno del 1981 sino al giugno del 1984, e a fasi alterne sino al luglio del 1993; poi una repentina conversione all’Islam, per seguire quella del marito, diventato “Jafaar”, che segna un “salto della quaglia” religioso quanto meno sospetto.

I due, dicevamo, avrebbero introdotto illegalmente armi, aggirando l’embargo in Iran e soprattutto in Libia, tra il 2011 ed il 2015 grazie a contatti con Abdelhakim Belhaj, guerrigliero libico comandante dei ribelli anti-Gheddafi e “indicato come capo del Daesh in Maghreb” secondo alcune fonti legate alla Procura. Almeno questo è quanto contenuto nel decreto di fermo emesso dalla Dda di Napoli nelle persone dei Pm Catello Maresca e Maurizio Giordano coordinati dal procuratore Giuseppe Borrelli, che dà conto di quanto trovato nel corso di una perquisizione. Reato di traffico internazionale di armi contestato anche al manager della SIE Andrea Pardi, già coinvolto in un’altra inchiesta per traffico di armi e reclutamento di mercenari tra Italia e Somalia. Società di elicotteri la cui sede si trova a Roma in via Salaria, e che opera dall’aeroporto dell’Urbe, ad un passo dai ministeri e dai Servizi. La SIE, come si può leggere nel loro sito di riferimento, commercia in elicotteri civili ma facilmente riconvertibili ad uso militare, come ad esempio l’AW-109K,  il Sikorsky S-92 o il Bell 412 ed almeno in una occasione ha collaborato con la camera di commercio italo-araba accogliendo una delegazione dell’Unione Internazionale degli Scout Musulmani (Iums) guidata dal Dr. Zuhair Hussain Ghunaim e dal Dr. Hassan Yahya Ghunaim sempre presso l’aeroporto romano (10 dicembre 2013). Nulla di strano da un certo punto di vista: i rapporti tra Italia e Arabia Saudita vanno ben oltre gli scambi commerciali (e di armamenti), dato che recentemente una delegazione di cecchini di Ryad ha effettuato esercitazioni con il nostro Esercito sulle Alpi; quello che è strano è come un personaggio che si fa ritrarre con Ahmadinejad tratti con una società direttamente in affari con i sauditi. Pecunia non olet? Forse c’è di più.

I coniugi Di Leva erano assidui frequentatori del Medio Oriente e del Nord Africa, dove entrarono in contatto con Hamed Margani, uomo di collegamento con il già citato Belhaj. Quest’ultimo a tutti gli effetti non sembrerebbe essere legato all’ambiente dell’estremismo islamico: già appartenente ad al-Qaeda ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e facente parte delle milizie del Gmil che combatterono Gheddafi, fu arrestato nel 2004 dalla Cia e tradotto in Libia, dove rimase incarcerato per 4 anni deradicalizzandosi. In seguito, nel 2011, fu tra i protagonisti della rivolta che culminò con la deposizione del Colonnello ponendosi alla testa di una milizia salafita finanziata dal Qatar; oggi, come riferisce Il Foglio, è alla guida del partito islamista Watan che si prefigge di combattere lo Stato Islamico, e l’anno scorso ebbe contatti diretti con i vertici dei nostri Servizi per porsi come uomo chiave nella lotta contro l’Isis in Libia. Un salafita anche pericoloso, quindi, ma non un terrorista da combattere, tanto da essere percepito dal nostro Governo come una parte in causa nel mosaico tribale della Libia. Le connessioni con ambienti legati ai Servizi non terminano qui: come si legge nei documenti della Dda, i due avrebbero avuto un ruolo, anche se secondario, nel rapimento di Failla e di altri nostri connazionali avvenuto nel 2015. In un messaggio audio la donna spiega al marito che “Ce li hanno proprio quelli dove noi siamo andati, già sto facendo, già sto operando, con molta tranquillità e molta cautela”. Sebbene i Pm spieghino che, al momento, non si conoscono quali siano i motivi per i quali i due coniugi “manifestino interesse per la vicenda del rapimento”, si afferma anche che non si possa escludere “una possibile loro attività nel complicato meccanismo che ha portato alla liberazione che solitamente avviene tramite il pagamento di riscatti o la mediazione con altri affari ritenuti di interesse dei miliziani”. Qualora il ruolo dei due nella vicenda fosse provato, sarebbe l’ulteriore prova dei loro legami con i nostri servizi di intelligence che hanno gestito le trattative per la liberazione di Failla e degli altri ostaggi. Inoltre un particolare emerso dall’inchiesta ha destato parecchi dubbi sui legami dei coniugi con certi ambienti italiani: tra le forniture di armi alla Libia spiccano anche 3 elicotteri da attacco A-129 “Mangusta” oltre a missili di vario genere, fucili, ed eliambulanze. Come è possibile che un elicottero in dotazione esclusivamente agli eserciti di Italia e Turchia possa essere acquistato da civili e rivenduto a terzi? Risulta difficilmente credibile che un civile sia in grado di acquistare tali macchine e addestrare il personale al loro impiego senza una copertura militare di qualche tipo anche in caso di vendita di esemplari in surplus dovuti a radiazioni dalle linee di combattimento.

Non è tutto: i magistrati titolari dell’inchiesta avevano inoltrato al Gip un’articolata richiesta d’arresto già nel luglio scorso. Il provvedimento però non è mai stato firmato, come riporta Il Giornale, nonostante “l’assoluta necessità ed urgenza di intervenire per scongiurare il pericolo di fuga” degli indagati. Se esisteva questa urgenza, perché quindi la convalida del fermo è arrivata solo il primo febbraio? Soprattutto, perché la richiesta d’arresto è stata dimenticata per quasi 7 mesi? Qualcosa non torna, considerando la situazione in Libia e quanto l’Italia sta cercando, tardivamente e scarsamente, di fare per ritornare ad avere un ruolo di protagonista in quella che è sempre stata una nostra “sfera di influenza”.  Appaiono oscuri anche i contatti della coppia con il clan mafioso dei Casalesi, a loro volta in affari con un appartenente della “mala del Brenta” dedito al traffico di armi e all’addestramento di mercenari per la Somalia; tutte attività che hanno un denominatore comune oltre al fatto che si tratti di armamenti: hanno luogo in zone del globo in cui i nostri interessi sono, o sono stati, forti.

Paolo Mauri

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