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Claudio DescalziRoma, 8 feb – Corruzione internazionale. E’ questo il capo d’imputazione con il quale la Procura di Milano ha chiesto oggi il rinvio a giudizio per l’ad di Eni, Claudio Descalzi, e altri 12 fra dirigenti, ex dirigenti e consulenti nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte mazzette staccate al governo della Nigeria per aggiudicarsi i diritti di esplorazione nel paese africano.

I fatti risalgono al 2011 quando Eni acquisì il giacimento Opl-245, situato nella fertile area del Delta del Niger. Secondo gli inquirenti, la società di San Donato Milanese pagò tangenti per quasi 2 miliardi di dollari ad esponenti del governo nigeriano, fra cui il faccendiere ed ex ministro del Petrolio Dan Etete, anche grazie alla decisiva intermediazione dell’allora presidente Goodluck Jonathan. Fra gli indagati troviamo, oltre a Descalzi,  l’amministratore delegato all’epoca dei fatti, Paolo Scaroni, insieme al direttore del settore esplorazione di Eni Roberto Casula fino all’intramontabile Luigi Bisignani.

Una storia poco chiara, quella della concessione, che risale alla fine degli anni novanta quando Etete riuscì tramite una società-schermo ad autointestarsi il pozzo. La società, la Malabu oil & gas, sarebbe stata poi usata come veicolo per il passaggio del denaro: 800 milioni nel 2011, oltre 215 milioni nel 2014 e via via fino ad oggi le altre tranche.

Insieme ad Eni risulta indagata anche Shell, entrambe con l’accusate di avere violato la legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società per quelli che sono i reati commessi dai propri dipendenti. Circostanza, quella del coinvolgimento della potenza anglo-olandese, che solleva almeno due riflessioni. La prima è quella del sistema decisamente opaco che regola le concessioni petrolifere: perché l’oro nero venga sfruttato è necessario che il meccanismo sia ben unto e il greggio è decisamente troppo viscoso per fungere da lubrificante, necessitando allo scopo altre forme di “incentivo”. Pratica deprecabile? Senza alcun dubbio, ma se al posto di Eni ci fosse una qualsiasi Procura della Repubblica allora tempo un anno e dovrebbe lasciare a casa tutti i dipendenti e far crollare un indotto, oltre a privare il ministero dell’Economia di dividendi miliardari. Nessuna apologia di reato, sia chiaro, semplice constatazione. Allo stesso tempo constatiamo anche la solerzia della magistratura, che dopo gli interrogatori dell’estate scorsa e l’avviso di conclusione indagini di dicembre arriva a chiedere il rinvio a giudizio a pochissimi mesi dalla scadenza del mandato di Descalzi, mettendo così a repentaglio il suo rinnovo nonostante i molti successi ottenuti alla guida del cane a sei zampe.

Filippo Burla

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1 commento

  1. Non entro nel merito ne del personaggio né del reato contestato mi limito a constatare come la magistratura italiana, in nome di una presunta legalità internazionale che nessuna multinazionale al mondo rispetta, non manchi mai di danneggiare le eccellenze italiane come Finmeccanica e ora Eni.
    Mi piacerebbe che la stessa intransigenza venga dimostrata anche in Italia ad esempio contro la criminalità organizzata.
    Mi rimane invece in bocca un sapore di internazionalismo e di anti italianità ma è solo una sensazione.

    Jean

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