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Roma, 8 giu – Il premier Giuseppe Conte cita Dostoevskij e subito tutte le migliori penne del giornalismo spazzatura italiano ed estero sono andate in cerca della “fonte” primaria. La frase incriminata è questa: «Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, prendo spunto da riflessioni di Dostoevskij tratte dalle pagine di Puskin, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni».

Secondo il The Atlantic la fonte sarebbe un discorso pronunciato da Macron durante un recente incontro con Putin. Chi ha richiamato la “notizia” in Italia non ha naturalmente verificato la veridicità della stessa né tanto meno ha letto il saggio di Dostoevskij su Puskin, altrimenti si sarebbe accorto del contesto completamente differente tale da escludere una qualche influenza francese in tal senso. Il premier, si badi, ha detto di essersi ispirato alle pagine dostoevskijane, dunque non si tratta di una citazione testuale ma di una rielaborazione del senso del testo. Ebbene, cosa dice effettivamente il grande scrittore russo nel suo omaggio a Puskin del 1880?

Il discorso su Puskin, disponibile online qui, non contiene neppure una volta il termine populismo, ma è nella sua interezza l’elogio dell’autore che più di tutti, secondo Dostoevskij, ha saputo comprendere realmente il popolo. L’essenza di Puskin consisterebbe dunque proprio nella sua capacità straordinaria di farsi profeta del popolo, di capirne a fondo vita e pensiero e di poterle quindi mettere per iscritto nella loro nuda verità.

Perciò Dostoevskij parla di «umile unione col popolo», «verità popolare», «intelligenza del popolo», «contatto con la propria terra e il proprio popolo», «forza del popolo». In queste espressioni si condensa quindi l’essenza della capacità del poeta di far parlare il popolo russo. Se si vuole capire la citazione del premier Conte è da qui che bisogna partire, dal populismo di Dostoevskij inteso come approccio, attitudine alla comprensione senza filtri della verità del popolo per come esso è. D’altra parte lo scrittore russo è uno dei grandi che ha dato voce ai sommersi, al popolino escluso e vessato, vivendone in prima persona la vita, parlandone il linguaggio, evitando cioè di guardarlo dall’alto in basso con la spocchia tipica di tutti gli intellettuali e giornalisti progressisti di oggi. Il populismo a cui ha fatto riferimento Giuseppe Conte è dunque un qualcosa di primitivo, di prepolitico che affonda le sue radici nel sudore di tutti i giorni.

Il saggio su Puskin, è stato notato da qualcuno, ha nel finale un’impennata filo-europesita che si presta a qualche strumentalizzazione se letta superficialmente. Qualcuno ha tentato di fare di Dostoevskij un autore universalista in senso attuale, una sorta di proto-global, quando le cose stanno molto diversamente. Dostoevskij elogia la straordinaria capacità di Puskin di capire tutti i popoli e aggiunge: «il carattere popolare della sua poesia, della sua evoluzione, dell’avvenire di tutto il popolo russo; è in ciò il suo carattere profetico. Perché, cosa è la forza dello spirito del popolo russo, se non la sua aspirazione, nella sua meta ultima, all’universalità e all’umanità?». Qualunque lettore liberal-progressista che si fermasse andrebbe probabilmente in brodo di giuggiole, pensando che Dostoevskij desse alle parole lo stesso significato che hanno oggi. Purtroppo per loro, qualche riga dopo lo scrittore russo affina l’argomentazione con parole che non lasciano spazio ad alcun fraintendimento su cosa egli intenda per umanità e universalità: «Noi abbiamo accettato nel nostro animo, senza ostilità, ma amichevolmente, con pieno affetto, i geni delle nazioni straniere, tutti insieme, senza fare differenza di privilegi, di razze, sapendo istintivamente, quasi dal primissimo passo, distinguere le differenze, eliminare le contraddizioni, perdonare e conciliare le divergenze, dimostrando già anche solo con questo la nostra disposizione e inclinazione all’unione universale di tutti i popoli della grande razza ariana. Sì, la missione dell’uomo russo è incontestabilmente paneuropea e universale”. Dostoevskij parla dunque, con linguaggio oggi assolutamente politicamente scorretto, di grande razza ariana, che dal suo punto di vista potrebbe essere condotta all’unità dalla missione storica della Russia. E ancora: “Ad un vero russo l’Europa e il destino di tutta la grande razza ariana stanno tanto a cuore quanto la Russia stessa […] i futuri russi comprenderanno tutti, dal primo all’ultimo, che diventare vero russo significherà precisamente aspirare alla definitiva riconciliazione delle contraddizioni europee”.

Se dunque si sono lette e comprese queste righe scritte da Dostoevskij non si può, a meno di totale assenza di onestà intellettuale, accusare Conte di incoerenza quando si fa portavoce di un governo populista, sovranista e amico della Russia. Nello stesso discorso di Dostoevskij infatti il populismo è in funzione di una missione politica più grande che consiste nella riaffermazione dell’identità europea nella sua completezza, e questo non ha nulla a che vedere con prospettive globaliste, filo-immigratorie e affini.

Il “populismo” di Dostoevskij è un qualcosa di culturale e sociale più che politico, e nonostante il termine non venga nominato nella prolusione dedicata a Puskin, è chiaro che in essa siano condensati i suoi tratti qualificanti. Chi ha accusato Conte di aver mal compreso le parole di Macron sbaglia totalmente: è lui a non aver compreso le parole di Dostoevskij. Alla luce però di un’attenta lettura del saggio su Puskin sorge il dubbio che il premier italiano non abbia tratto ispirazione dalle parole dell’omologo francese.

Gennaro Sangiuliano nel suo saggio su Trump da poco pubblicato da Mondadori cita a sua volta il saggio su Puskin, con queste parole: «Sia Dostoevskij che Puskin attaccano quello che definiscono il ceto dell’intelligencija, le élite dell’epoca, che “crede di stare di gran lunga al di sopra del popolo”, responsabile di aver alimentato una “società sradicata, senza terreno”, e ne censura il comportamento “svincolato dalla terra del nostro popolo”» (p. 13-14). Anche se il passo è più pertinente di quello del presidente francese, ancora non sembra essere stato questo il nodo che ha attirato l’attenzione di Conte. Forse lo spunto dostoevskijano del presidente del consiglio è frutto di una sua rielaborazione – comunque coerente col contesto della conferenza – oppure la fonte effettiva non è ancora stata individuata da lettori poco attenti.

Francesco Boco

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