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coop connection cooperativeRoma, 8 mag – Lui si chiama Antonio Amorosi, una vita passata dai disobbedienti ai verdi alla sinistra istituzionale, per poi abbandonare la via del radicalismo (chic) e passare alla denuncia. Correva l’anno 2005 quando Amorosi, dopo una laurea in scienze politiche con tesi sulle politiche abitative del comune di Bologna, viene chiamato a fare l’assessore delegato proprio a questa materia nella città felsinea, giunta Cofferati. Se ne andrà un anno e mezzo dopo, sbattendo la porta e lasciando un esposto in procura in relazione al sistema di assegnazione delle case popolari che, attraverso la scusa dell’emergenza, permetteva alla giunta di scavalcare le graduatorie.

Stiamo parlando di un contestatore, certo. Ma anche di un uomo che è stato addentro al sistema della rossa Emilia Romagna, che dietro al paravento del relativo (un tempo, forse) benessere nasconde una fittissima rete di malaffare. Buona parte della quale si snoda attorno al mondo delle cooperative. Coop Connection (Chiarelettere, 2016, 290 pp, 16.90€), è il suo libro-denuncia.

“Nessuno tocchi il sistema. I tentacoli avvelenati di un’economia parallela”: la premessa è già un programma. E non esagera, perché stiamo parlando di un fatturato che supera i 151 miliardi, circa l’8% del Pil italiano e che occupa oltre un milione di lavoratori. Le cooperative nascono, storicamente, con finalità mutualistiche e con l’obiettivo di far partecipare i lavoratori allo sviluppo nazionale e alla distribuzione del reddito in un periodo, quello tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, nel quale la povertà era endemica ed il conflitto sociale diffuso. Nel giro di mezzo secondo, progressivamente, il passaggio dalla disperazione al business vero e proprio è stato fin quasi naturale. Non mancando di replicare ancora oggi il salto logico: basti pensare alla forte presenza delle cooperative nel settore dell’accoglienza degli immigrati che, come ebbe a dire Salvatore Buzzi della coop 29 giugno, rende più del traffico di droga.

E il mutuo soccorso, e l’assenza di fini di lucro? Un altro paravento, che permette al sistema di attuare una sistematica evasione fiscale legalizzata: “Le grandi holding coop possono eludere il fisco per legge. Per Costituzione. Con un’ evasione sistematica, certificata. Perché sulla carta sono enti che svolgono attività mutualistica”, si legge. Il perché è presto detto: in virtù della qualifica di soci assegnata ai lavoratori, la cooperativa è trattata pressoché come una piccola azienda. Peccato che la coincidenza del lavoratore fra i due ruoli non sia sempre un beneficio. Anzi, è anch’essa strategia per operare in un mondo a parte che sembra anticipare lo smantellamento dello Stato Sociale già in essere: condizioni capestro, salari che possono toccare il fondo fino a 3 euro l’ora, richiesta di denaro per poter lavorare. In altre parole, dumping sociale. Solo che a questo giro non sono gli schiavi cinesi costretti alla macchina 14 ore al giorno, ma ce li troviamo in casa. Anzi, di più: nominiamo il dominus del sistema al ministero del Lavoro.

Le cooperative intanto proliferano, sbaragliando la concorrenza applicando stipendi da fare e potendo agire sulla leva fiscale per gentile concessione dell’erario. Si mettono così le mani sui grandi appalti, finendo anche in pressoché tutte le inchieste relative, dall’Expo alla Tav al Mose. E non  senza disdegnare relazioni pericolose, che le portano a diretto contatto perfino con clan mafiosi.

Non solo economia, ma anche politica. Perché è difficile capire dove finisce il sistema delle cooperative e dove inizia quello partitico. O meglio: dove inizia il Pd, che del sistema descritto in “Coop Connection” è il vero e proprio alter ego. Se una volta era l’allora Pci a nominare i vertici delle coop, ora la situazione sembra decisamente cambiata a favore delle seconde, in un rapporto sempre incestuoso: “Il partito ha in mano il rubinetto da cui escono leggi, normative, decreti, delibere che possono aiutare o penalizzare le cooperative. Noi invece abbiamo in mano il cordone della borsa e senza i “piccioli” non si fa nessuna politica”, spiega un ex dirigente intervistato da Amorosi.

Nicola Mattei

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1 commento

  1. I disobbedienti volevano gambizzarlo. Forse non era disobbediente come credete voi… Vi leggo sempre …ma informatevi meglio la prossima volta

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