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Il 22 giugno del 1941 la Wehrmacht guidava le nazioni alleate della Germania, tra le quali l’Italia, l’Ungheria, la Romania e la Finlandia, oltre a migliaia di volontari europei nella “Crociata contro il Bolscevismo” contro l’URSS: un testimone d’eccezione, il Feldmaresciallo Erich von Manstein, del quale sono state recentemente pubblicate le memorie finora inedite in italiano, espone gli obiettivi strategici e politici della campagna, i motivi dei suoi successi e del suo fallimento, e analizza la tesi dell’attacco alla Russia come una “guerra preventiva” contro le mire sovietiche verso l’Europa occidentale, oltre che la spinosa questione dei crimini di guerra tedeschi e russi [IPN]



Alla fine del febbraio 1941 lasciai il comando del 38° Corpo d’Armata sulla costa della Manica per assumere il comando del 56° Panzerkorps[1], il cui Quartier Generale stava venendo allestito in Germania. Per me era la realizzazione di un desiderio: già da prima dell’inizio della campagna in occidente avevo sognato di guidare un Corpo d’Armata meccanizzato. Ovviamente, come comandante di Corpo, non fui consultato sull’opportunità e sul metodo con cui condurre una campagna contro l’Unione Sovietica. Per quel che mi ricordo, non ricevemmo gli ordini operativi fino ad una data molto avanzata, nel maggio del 1941, ed anche allora questi coprivano solo gli impieghi immediati del Panzergruppe a cui il mio Corpo apparteneva.

Black Brain

Così, per quello che riguarda la condotta delle operazioni contro l’Unione Sovietica nel 1941 non posso dire nulla che sia paragonabile per estensione a quanto detto per la Campagna in Occidente, dove avevo personalmente influenzato la stesura del piano operativo. Tuttavia penso che fin da allora due elementi fossero evidenti.

Il primo fu l’errore commesso da Hitler, e da nessun altro, di sottovalutare le risorse dell’Unione Sovietica e le qualità combattive dell’Armata Rossa. Di conseguenza basò tutto sulla presunzione che l’Unione Sovietica potesse essere battuta con mezzi militari in una sola Campagna. Questo sarebbe stato possibile solo portando contemporaneamente l’Unione Sovietica al collasso dall’interno. Ma le politiche di Hitler, in completo contrasto con gli sforzi delle autorità militari, portate avanti attraverso i Commissari del Reich e il Servizio di Sicurezza (SD) nei territori occupati ad est, portarono invece all’effetto opposto. In altre parole, mentre la sua strategia politica era di demolire il sistema sovietico con la massima velocità, le sue azioni politiche erano diametralmente opposte. Le differenze tra gli obiettivi dei politici e quelli dei militari in altre guerre sono spesso venute alla luce. In questo caso, con la leadership politica e militare riunite nelle mani di Hitler, il risultato fu che le sue misure politiche ad est andarono completamente contro quello che richiedeva la strategia, annullando qualunque possibilità di ottenere una vittoria rapida.

Il secondo fattore fu il fallimento nell’ottenere una politica strategica uniforme al vertice, ossia tra Adolf Hitler e l’O.K.H.; questo influì sia sulla pianificazione dell’operazione complessiva che nell’esecuzione della campagna del 1941. Gli obbiettivi strategici di Hitler erano basati principalmente su considerazioni politiche ed economiche. Queste erano:

1) La cattura di Leningrado (una città vista come la culla del bolscevismo), attraverso la quale si proponeva di congiungersi ai finlandesi e di dominare il Baltico, e

2) il possesso della regione ricca di risorse dell’Ucraina, dei centri di produzione del Bacino del Donetz e in seguito, delle aree petrolifere del Caucaso. Invadendo questi territori sperava di abbattere completamente l’economia sovietica.

L’O.K.H., d’altra parte correttamente, riteneva che la conquista e il mantenimento di queste aree di indubbia importanza dipendesse in primo luogo dalla sconfitta dell’Armata Rossa, il cui nucleo principale si supponeva si sarebbe incontrato lungo la strada per Mosca[2], dal momento che questa città – punto focale del potere sovietico – fosse una perdita che il regime non si sarebbe potuto permettere. Vi erano tre ragioni principali: una era che, in contrasto con il 1812, Mosca era davvero il centro politico della Russia, un’altra era che la perdita dell’area di produzione di armamenti attorno e ad est di Mosca avrebbe almeno inflitto un grave danno all’economia di guerra sovietica. La terza, e probabilmente più importante ragione dal punto di vista strategico, era la posizione di Mosca come punto nodale della rete di traffico della Russia Europea. La sua perdita avrebbe diviso le difese russe in due e impedito al comando sovietico di organizzare grandi operazioni coordinate.

Vista strategicamente, la differenza di opinioni tra Hitler e l’O.K.H. si riduceva a questo: Hitler voleva cercare la vittoria su entrambe le ali (una soluzione per cui in virtù delle relative forze coinvolte, e dalla vastità del teatro di operazioni, la Germania non possedeva le risorse necessarie), mentre l’O.K.H. la cercava al centro del fronte. Fu con questa divergenza strategica di base che la Germania condusse le operazioni. Anche se Hitler si mostrò d’accordo con la distribuzione delle forze proposta dall’O.K.H., secondo cui il nucleo dell’Esercito doveva essere diviso in due Gruppi di Armate a nord e uno solo a sud dell’area delle paludi del Pripjat, la guerra sotterranea tra gli obbiettivi strategici continuò per tutta la campagna. L’inevitabile conseguenza fu che Hitler non solo fallì nel raggiungere i suoi obbiettivi, che erano comunque troppo vasti, ma rese anche la situazione confusa per l’Oberkommando Heer.

“L’intento generale”, delineato da Hitler nella sua Direttiva “Barbarossa” (ossia il distruggere il nucleo dell’Esercito russo situato nella Russia occidentale tramite audaci operazioni che prevedevano affondi da parte di punte corazzate, impedire la ritirata di elementi ancora in grado di combattere verso l’interno del territorio russo), in ultima analisi non era niente più che una formula strategica, o addirittura solo tattica. Bisogna ammettere che, grazie alla superiorità del lavoro dello Stato Maggiore tedesco e alle capacità delle truppe combattenti, ottenemmo dei successi straordinari che portarono le forze sovietiche sull’orlo del collasso. Ma questa “formula” non poteva rimpiazzare un piano operativo la cui preparazione ed esecuzione avesse incontrato la piena unanimità di vedute al vertice, e che in virtù della forza relativa degli opposti eserciti, e delle tremende distanze coinvolte, avesse accettato la premessa che per distruggere le Forze Armate sovietiche sarebbero state necessarie due campagne. Nel mio ruolo di comandante di Corpo d’Armata, come ho già detto, non ero stato interpellato sui piani e sulle intenzioni del Comando Supremo. Per questi motivi, io all’epoca non sospettai nulla delle enormi divergenze di natura strategica esistenti tra Hitler e l’O.K.H., anche se al mio livello presto avrei cominciato a sentirne gli effetti.

[…]

Prima che io passi a descrivere le operazioni del 56° Panzerkorps, che sono molte, anche solo per il fatto che diventarono poi in una trascinante avanzata dei Panzer nel più vero senso del termine, bisogna dare attenzione a una questione che getta una luce sulla distanza tra gli standard dei soldati e quelli della nostra leadership politica. Alcuni giorni prima che l’invasione avesse inizio, ricevemmo un ordine dal Comando Supremo delle Forze Armate (O.K.W.) che da allora è diventato noto come l’“Ordine dei Commissari”. Il senso era che tutti i commissari politici dell’Armata Rossa che fossero stati catturati dovevano essere immediatamente fucilati in quanto esponenti dell’ideologia bolscevica.

Ora, sono d’accordo che dal punto di vista della legge internazionale lo status di questi commissari politici era estremamente equivoco. Essi non erano certamente dei soldati, non più quanto io avrei considerato tali i Gauleiter a me aggregati come osservatori politici. Né poteva essere garantito loro lo stesso status di non combattenti dei cappellani, del personale medico o dei corrispondenti di guerra. Erano al contrario combattenti fanatici, senza essere soldati, ma combattenti le cui attività potevano essere considerate illegali solo secondo il metodo tradizionale di fare la guerra. Il loro compito non era solo la supervisione politica dei comandanti militari sovietici ma, e soprattutto, instillare il massimo grado possibile di crudeltà nel combattimento, e darne un carattere completamente estraneo alla normale concezione dei soldati. Questi commissari erano i principali responsabili dei metodi di combattimento e del trattamento dei prigionieri che si scontravano in maniera così brutale con i principi della convenzione dell’Aia sulla guerra terrestre.

Qualunque cosa uno possa pensare dello status dei Commissari in base alla legge internazionale, tuttavia, sparargli dopo che erano stati catturati in battaglia va inevitabilmente contro l’essenza di ogni soldato. Un ordine come il Kommissarbefehl era contro l’etica militare. La sua emissione avrebbe minacciato non solo l’onore delle nostre truppe combattenti ma anche il loro morale. Di conseguenza io non ebbi alternativa che informare i miei superiori che l’Ordine dei Commissari non sarebbe stato eseguito da nessuno sotto i miei ordini. I miei comandanti subordinati erano completamente d’accordo con me, e tutti nell’area del Corpo agirono di conseguenza. Devo dire che i miei superiori militari supportarono il mio atteggiamento. Fu solo molto più tardi tuttavia che tutti gli sforzi per ritirare l’ordine ebbero successo, quando cioè divenne chiaro che l’ordine aveva semplicemente incitato i commissari ad applicare i metodi più brutali per fare sì che le loro unità combattessero fino alla fine.[3]

[…]

In questi primi giorni il Comando sovietico mostrò il suo vero volto. Le nostre truppe raggiunsero una pattuglia tedesca che era stata circondata dal nemico precedentemente, tutti i suoi membri erano morti e orribilmente mutilati[4]. Il mio aiutante di campo e io, che spesso dovevamo passare in settori del fronte che non erano ancora stati ripuliti dal nemico, fummo d’accordo nel decidere che non avremmo lasciato che un avversario come questo ci catturasse vivi. In seguito ci furono moti casi di soldati sovietici che dopo avere alzato le mani in gesto di resa, riprendevano le armi non appena la nostra fanteria arrivava abbastanza vicino, o di soldati che si fingevano morti per sparare alle spalle delle nostre truppe. Era nostra impressione comune che mentre i nemici schierati sulla frontiera non erano affatto sorpresi dal nostro attacco, il Comando Militare Sovietico al contrario probabilmente non se lo aspettava, o quantomeno non adesso, e per questa ragione non impegnò mai le sue potenti riserve in maniera coordinata.

Si è molto discusso se la disposizione delle truppe sovietiche fosse di carattere difensivo o offensivo. Se ci si basa sulle forze ammassate nella parte occidentale dell’Unione Sovietica, e sulle potenti concentrazioni di mezzi corazzati nell’area di Bialystok e intorno a Lwov, è possibile supporre, come Hitler fece per supportare la sua decisione di attaccare, che presto o tardi l’Unione Sovietica sarebbe passata all’offensiva. D’altro canto, lo schema delle forze sovietiche il 22 giugno 1941 non indicava alcuna immediata intenzione aggressiva da parte dell’Unione Sovietica. Io penso che il modo più vicino alla verità per descrivere lo schieramento sovietico, a cui l’occupazione della Polonia orientale, della Bessarabia e dei Paesi Baltici, aveva già coinvolti forti quantitativi di truppe, è quella di “uno schieramento per ogni eventualità”. Il 22 giugno 1941, indubbiamente le forze dell’Unione Sovietica erano schierate in una tale profondità. Lo schema però avrebbe potuto essere modificato in poco tempo per affrontare ogni cambiamento nella situazione politica o militare tedesca che avrebbero potuto essere usate solo in un ruolo difensivo. Con un minimo di tempo l’Armata Rossa, di cui ogni Gruppo d’Armate era numericamente, se non qualitativamente superiore ai Gruppi d’Armate tedeschi che li fronteggiavano, avrebbe potuto stringersi e diventare capace di passare all’attacco. Questo schieramento sovietico di fatto costituiva una forma di minaccia latente, anche se rimase formalmente difensivo fino al 22 giugno 1941. Il momento in cui l’Unione Sovietica avesse visto un’opportunità favorevole, militare o politica, sarebbe diventata una minaccia diretta al Reich.

Stalin certamente avrebbe preferito evitar lo scontro con il Reich nell’estate del 1941. Ma gli sviluppi internazionali, avrebbero portato presto o tardi la leadership sovietica a credere di potere esercitare una pressione politica, o anche minacciare un intervento militare contro la Germania, e allora questo schieramento provvisoriamente difensivo avrebbe potuto rapidamente assumere un carattere offensivo. Era esattamente quello che io ho definito uno “schieramento per ogni contingenza”.

Erich von Manstein

NOTE

[1] Il 56° Armeekorps (motorizzato), formato il 15 febbraio 1941, fu al comando del General der Infanterie Erich von Manstein dal marzo al settembre 1941. Fu rinominato 56° Panzerkorps il 1° marzo 1942.

[2] Questa previsione non fu confermata dalla reale distribuzione delle forze sovietiche, NdA.

[3] Il fatto che il resto dell’Esercito probabilmente condivideva il mio modo di vedere divenne evidente quando assunsi il comando dell’11a Armata. L’Ordine dei Commissari non era ancora stato ritirato. I pochi commissari che venivano fucilati in ossequio a quest’ordine non erano stati catturati in azione ma presi nelle retrovie e condannati come leader o organizzatori di gruppi partigiani. I loro casi quindi vennero gestiti secondo le leggi di guerra, NdA.

[4] Centinaia di casi documentati fotograficamente di soldati tedeschi torturati e trucidati dopo la cattura sul fronte orientale sono raccolti in Fritz W. Seidler, Verbrechen an der Wehrmacht, Kriegsgreuel der Roten Armee 1941/42 – 1942/43, Selent 2015 e in AA.VV., Allierte Kriegsverbrechen und Verbrechen gegen die Menschlichkeit, Kiel 2001. Da notare che come nel caso riportato sopra da von Manstein, numerosi crimini di guerra contro la Wehrmacht furono compiuti già nelle prime ore e giorni della Campagna sul fronte russo, segno di un comportamento implicitamente accettato se non ordinato dall’alto delle forze sovietiche, e non solo di “rappresaglie” contro vere o presunte atrocità compiute dall’Esercito invasore appena avanzato in Russia.

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