Roma, 6 dic – Cry Macho di e con Clint Eastwood è un’elegia western, un road movie, un romanzo di formazione per immagini: il 39esimo film (da regista) del 91enne gigante del cinema è già un classico intramontabile. Clint racconta l’epos alla vecchia maniera: pochi fronzoli, dialoghi all’osso, trama densa ma essenziale. Come la musica di Mozart ha le note giuste, né una in più né una di meno. Così sono i fotogrammi del nuovo (e forse ultimo?) film di un mito vivente, che dietro e davanti la macchina da presa è ancora così coerente nel raccontare la sua visione della vita. Fatta di sani principi, di uomini tutti di un pezzo, dal cuore d’oro nonostante i modi rudi.

Cry Macho è il 39esimo film da regista del 91enne Clint Eastwood

Sullo schermo noi vediamo un vecchietto ingobbito tutto rughe, dall’incedere lentissimo. Eppure quel vecchietto c’è sempre, quando serve: è al posto giusto nel momento giusto. Mike Milo è un ex campione di rodeo che dopo essersi spezzato la schiena in una caduta si è reinventato addestratore di cavalli. Un uomo spezzato in due soprattutto dal più grave dei lutti, che dopo aver annegato il dolore nell’alcol, si rialza e ricomincia una nuova vita. Grazie a chi gli dà un lavoro (e la salvezza): il suo boss, a cui è debitore. E il debito di Mike è andare a ripescare in Messico il figlio 13enne del suo capo e riportarglielo, in Texas. Rafo (un convincente Eduardo Minett) però è cresciuto per strada, lontano dalla madre dai facilissimi costumi che gli chiede di chiamare zio tutti i maschi che si porta a letto e a casa. E’ un ragazzo che vive di espedienti e di combattimenti con il suo amatissimo gallo, Macho.

Macho è il gallo del 13enne Rafo (ma non solo)

Il Macho del film è quindi il gallo, che si rivelerà spesso provvidenziale. Ma è anche il riferimento a quel machismo che un uomo tutto di un pezzo come Mike non ha motivo di sfoggiare. Lui che ne ha passate di tutti i colori non ha niente da dimostrare a nessuno. Se non di essere ancora uno che ti prende a cazzotti e doma i cavalli selvaggi. Per non parlare del fatto che è ancora un rubacuori. E che cuori… Sì, tra battute a mezza bocca e sguardi che valgono mille parole, Clint è anche molto autoironico. Mette in scena un cowboy anzianissimo che non avrebbe alcun motivo di continuare a campare se non fosse che deve questo favore al suo amico di lunga data, perché “la parola data ha ancora un valore” (siamo in un lontanissimo, in proporzione, 1979). Andando alla ricerca di Rafo, il ragazzino che odia la madre e che non si fida di nessuno, Mike troverà una nuova, ultima ragione di vita.

Un western, un road movie, un romanzo di formazione

Il film è un road movie in cui i due protagonisti, un vecchietto abbastanza taciturno e un ragazzetto che si sbatte per far vedere al mondo quanto sia macho, imparano pian piano a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altro. La pellicola è anche un western moderno, con tutto il repertorio del genere, dal cappello da cowboy – sotto il quale Clint versa anche le sue lacrime catartiche – alle cinte con le fibbione e gli stivali per cavalcare. Ma soprattutto Cry Macho è anche il classico romanzo di formazione trasposto sul grande schermo. Rafo parte teppista e finisce bravo ragazzo, dai sani principi, leale e che non deve dimostrare a nessuno quanto sia macho. Il merito è ovviamente del suo padre-nonno adottivo, che nel riportarlo a casa in Texas gli fa conoscere la vita, le persone, il valore delle persone, il senso della vita.

La narrazione è semplice, l’azione lineare, i dialoghi elementari

Abbiamo letto in giro tra le recensioni che Clint dimostrerebbe di essere il solito conservatore dipingendo soltanto due personaggi femminili, senza sfumature: la puttana (la madre di Rafo) e la santa, la messicana che si innamora di Mike e lo fa a sua volta innamorare. Marta (una strepitosa Natalia Traven), vedova e nonna di nipotine rimaste orfane, è una 50enne che sembra la versione di Clint in gonnella. Cazzutissima, risoluta dai modi rudi (quando serve), eppure super femminile e archetipo della donna da sposare. Ebbene, se Clint mette in scena solo due donne, una l’opposto dell’altra, è perché sono funzionali alla morale della favola. Rafo scopre che esistono donne che sono anche delle ottime madri, a differenza della sua. E se i personaggi psicologicamente sono tagliati con l’accetta è perché sono visti con gli occhi di Mike. La narrazione è semplice, l’azione è lineare, i dialoghi sono elementari. E’ il cinema di Clint, insomma. Lo amiamo (anche) per questo.

“Non è mai troppo tardi”

Il film si apre con una canzone, Find a new home, che a un certo punto recita “It’s never too late”: non è mai troppo tardi. Subito dopo la canzone di apertura del film, il boss di Mike gli dice: “Sei in ritardo”. E lui replica: “In ritardo per cosa?”. Ecco, Cry Macho racconta una storia universale, in cui il Texas e il Messico sono due luoghi dello spirito contrapposti. Una storia in cui un 91enne scopre che non è mai troppo tardi per tornare a casa. Ovunque sia ciò che è veramente casa. Il film è anche molto romantico ed è mirabile nel mostrare il riscatto di un vecchietto, che danza con la sua amata sulle note del jukebox che lui stesso ha riparato. Lui che si autodefinisce Dr. Doolittle quando i paesani messicani gli portano i loro animali da curare. “Ma sei un veterinario?”, gli chiedono. E lui risponde: “No, ma è tutta la vita che ho a che fare con gli animali”. Va da sé che anche gli animali umani lui li conosce bene. Molto bene. E se può, cura anche loro.

Mike insomma è un po’ il padre/nonno di tutti noi. Sta lì a dirci (Don’t) Cry Macho, che ci sono qua io. E meno male che Clint c’è.

Adolfo Spezzaferro

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