Roma, 6 dic — Francesco Facchinetti, a quanto pare, è l’unico ad essersi ricordato di Davide Giri. Non si è inginocchiato nessuno per l’atroce omicidio dell’ ingegnere di Alba ammazzato a coltellate da Vincent Pinkney, un afroamericano 25enne in libertà vigilata membro di una gang e arrestato 11 volte negli ultimi anni. Ammazzato e scannato come un cane, senza apparente motivazione, così come Pinkney aveva tentato di ammazzare a coltellate Roberto Malaspina, anche lui ricercatore a New York e anche lui italiano, che se l’è «cavata» con alcune ferite e un trauma che sarà difficile cancellare.

Solo Facchinetti si ricorda di Davide

Ad oggi, Francesco Facchinetti è stato l’unico a voler sollevare la questione: perché influencer e mondo dello spettacolo e della cultura danno rilevanza a tutte le vittime, vere o presente che siano, ma tacciono di fronte all’omicidio di un italiano? «Ho visto gente scendere in pazza per il movimento LGBT. Ho visto protestare per la pacca sul culo. Ho visto il mondo mettersi in ginocchio per un afroamericano ucciso da un poliziotto. Tutto giusto ma come mai nessuno dice nulla sull’omicidio di un ragazzo italiano a NewYork?», ha twittato il figlio d’arte. Ricevendo così una buona dose di messaggi di sostegno, ma anche l’infornata, uguale e contraria, di critiche e insulti da parte degli alfieri del politicamente corretto.

Nessuno si inginocchia

A parte Facchinetti, quindi, nessuno ha condannato, nessuno ha stigmatizzato, processato, messo alla gogna: la vita di Davide, strappata dalla furia bestiale delle coltellate del suo omicida, non vale la «pacca sul culo» a Greta Beccaglia, con la quale i media ci hanno ossessionato alla nausea per una settimana. O le finte «aggressioni omofobe» che fanno sanguinare il cuore ed invocare la legge Zan. Nessuno si è inginocchiato, dicevamo. E’ rimasta in piedi la Boldrini, che si era prostrata a terra per la morte di George Floyd. Davide Giri è finito subito nel dimenticatoio, così come le Desirée Mariottini, le Pamela Mastropietro, gli Ermanno Masini, Daniele Carella, Alessandro Carole’, gli Stefano Leo.

Cristina Gauri

 

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

4 Commenti

  1. Negli Usa bisogna tornare a fare i ricercatori con il “cannone” ? Se va avanti così saranno davvero tanti i luoghi che bisognerà visitare accavallati. Arriveremo al visto + “cannone” autorizzato?
    O tolgono la droga oppure aprono il manicomio alle prime manifestazioni da pericoloso spostato.
    Tutto il resto, spiace dirlo, sono fregnacce… davanti al defunto di turno.

    • Aggiungo un dato storico, assai significativo, che per molti è sconosciuto e ritengo andrebbe considerato sotto una diversa luce.
      Quando si predispose e poi andò in porto la Legge Basaglia (chiusura dei manicomi), apparentemente una giustizia, di fatto una sconfitta della capacità di gestire modernamente la malattia psichiatrica -pure quella rischiosa, prodromo della criminalità-, era proprio il periodo del laissaz-faire colpevole, passivo ed ignorante della droga “very popular” !! (Di manicomiale era restata solo la istituzione carceraria bestiale, da quel momento sempre più colma e addirittura molto più redditizia per certi “buoni”. Senza parlare poi dei manicomi criminali, pochi ma terribili, vera e sola infame pena, senza prevenzione…).

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