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Dal federalismo all’autonomia: breve riflessione su un pasticcio

by Stelio Fergola
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Roma, 24 gen – Contrariamente a ciò che pensano i più intransigenti, il federalismo poteva essere in effetti la destinazione naturale dell’Italia unita. D’altronde, come la Germania, il nostro Paese è stato “ritardatario” nel processo di Unità e diviso in tanti Stati che, se non così diversi dal punto etnico e culturale, senza dubbio lo erano dal punto di vista economico e sociale. Andrebbe ricordato che la Lega Nord, divenuta secessionista alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, non lo fosse affatto agli esordi nella politica italiana, avvenuti nell’ormai remoto 1989. L’articolo uno del Carroccio appena fondato non citava alcuna “indipendenza della Padania”, come successivamente scritto, ma una battaglia per la “Italia federale”. I cui progetti erano anche interessanti, a dispetto delle criminalizzazioni. Il problema è l’evoluzione che ha assunto questo pensiero (o meglio, la degenerazione verso un “non pensiero” confuso, pasticciato e inutile).

La Lega dal federalismo, alla secessione, alle autonomie: che pasticcio, caro Carroccio

Negli anni Novanta negli ambienti leghisti circolava la tesi federale del professor Gianfranco Miglio, da molti criticato per il suo palese anti-meridionalismo, il quale però altro non fece che proporre un progetto di macro regioni molto simile a quelli che circolavano nel XIX secolo alla “vigilia” dell’Unità italiana: Nord, Centro e Sud. A prescindere dalle opinioni o dai giudizi di valore, si trattava di un progetto preciso e coordinato. Poi la Lega ha evoluto il suo pensiero in una serie di impantanamenti che vanno dalla vergognosa secessione bossiana, allo sposalizio con una visione addirittura identitaria di tipo nazionale, all’appoggio di una forma di patriottismo perfino tricolore, mentre il progetto secessionista e federalista proseguiva verso direzioni inaspettate, senza una reale direttrice. Un percorso verso il caos culminato nel referendum per l’autonomia del Veneto nel 2017, celebrato come una vittoria di distanziamento regionale dal Carroccio rispetto alla vecchia “Roma ladrona” (come veniva chiamata ai tempi bossiani), ma che sostanzialmente si concreta nella possibilità di dare più poteri alle regioni, ora non più esclusivamente settentrionali, a discapito del governo centrale. Ma è sempre una buona cosa?

Il federalismo è l’unica riforma che può peggiorare il quadro istituzionale

A differenza delle inutilmente chiacchierate riforme istituzionale proposte negli ultimi decenni sui rapporti tra Parlamento e governo, rifiutate praticamente tutte ad eccezione dell’ultima sulla riduzione del numero di deputati e senatori, quella federale costituisce un passaggio che può realmente peggiorare e “pasticciare” la struttura della politica italiana. Le prime sono nella peggiore delle ipotesi innocue (ovvero, cambiano poco o nulla), ma non possono senza dubbio devastare un quadro costituzionale  iperingessato e in pratica ingovernabile (tra due Camere che fanno le stesse cose, i “ping pong”, il presidente del Consiglio che vale meno di un amministratore di condominio), con buona pace di tutti i criticoni che, a schieramenti alternati, le hanno bocciate tutte e che ora vogliono fermare anche una banalissima elezione diretta del premier: qualsiasi semplificazione verso una maggiore decisionalità e verticalitù del potere, in quell’ambito, non può che migliorare la situazione o tutt’al più lasciarla invariata.

Le seconde, ovvero le proposte di riforme “federaliste” (e facciamo un favore a includervi  pure la recentissima “autonomia”, appena approvata al Senato) al contrario possono eccome far sprofondare il Paese in un caos ancora maggiore. Perché in quella sede le direzioni verso una “maggiore autonomia” o maggiori poteri locali spesso si scontrano con la necessità dello Stato centrale di dover prendere decisioni su tutto il territorio. Armonizzare i due aspetti non è così “matematico” come nel caso delle proposte di riforma di esecutivo nazionale e Parlamento. Anzi, se non si bilanciano bene gli innumerevoli fattori che le caratterizzano, si rischia di compiere veri e propri disastri. Lo abbiamo constatato fin troppo con la riforma del 2001 e con le cosiddette “legislazioni concorrenti”: governo centrale e locali in guerra potenziale pure per costruire una ferrovia, perché la prerogativa regionale di decidere nel merito non si tocca. Risultato: un’Italia ancora più paralizzata, ancora più lenta, ancora più incapace di decidere e di prendersi responsabilità da oltre vent’anni.  Ora, pensiamo all’autonomia e a ciò che ne consegue: e immaginiamo appena lievemente dove ci potrebbe portare.

Stelio Fergola

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