Roma, 9 dic – In questa “Top Five” raccogliamo le cinque canzoni che seppur scritte o interpretate da autori di sinistra, apolitici o non dichiaratamente di destra, in realtà riprendono alla perfezione estetica, ideali e stilemi di una produzione (involontariamente) opposta dal loro punto di partenza. Buona domenica e buon ascolto.

5) “Tripoli 1969” – Patty Pravo

Interpretata da Patty Pravo e scritta dal cantautore piemontese Paolo Conte in occasione di “Canzonissima” 1969, questo è un brano impostato dal punto di vista di una donna “lasciata indietro” da un uomo che, invece di essere tutto “casa e famiglia”, è votato all’avventura e preferisce partire (presumibilmente) per la cosiddetta “guerra coloniale”. Sebbene Paolo Conte non sia assolutamente di destra e la Pravo men che meno (anche se la bionda chanteuse ha dei piacevolissimi ricordi di Ezra Pound a Venezia: “nel giardino di famiglia, all’ora del tè, si affacciava Angelo Roncalli e in spiaggia marciavo al ritmo di Ezra Pound senza fiatare. Io, lui e sua moglie ci incontravamo alle zattere per mangiare gelati nelle mattine in cui a scuola facevo le “manche””) il testo della canzone evoca un senso del sacrificio femminile e del superomismo maschile decisamente inusuali per l’epoca in cui è stato dato alle stampe il disco, ma anche per i giorni nostri, sono anzi argomenti ritenuti tabù e sorpassati: il messaggio è romantico ma decisamente antifemminista. La partenza dell’uomo per la guerra non viene assolutamente giudicata da un punto di vista morale: è come un avvenimento ineluttabile. Ed è altrettanto scontato che la donna, per sua stessa ammissione, lo attenderà al ritorno.

Frase emblematica: “Ma Tripoli cos’è / é il primo nome che mi viene in mente se / lo immagino lontano, dove non so / in cerca di battaglie perché / perché ogni uomo senza battaglie non può sentirsi un uomo”.

4) “Fuoco sui giocattoli” – Enrico Ruggeri

Contenuta nel secondo album solista “Polvere” (1983) del cantautore milanese “punk prima di te”, questo pezzo sembrerebbe essere una critica neanche troppo velata in parte alle femministe (Gruppi organizzati di guerriere da cattura con i cuori appesi a una metallica cintura”) e in parte al mondo post-URSS, quindi  al crollo culturale ed economico che l’abbattimento del muro ha provocato, con l’inevitabile fuga degli ex abitanti del blocco sovietico in Occidente, certi lì di trovare una felicità e una libertà rivelatesi, spesso, soltanto illusorie. Storicamente, Enrico Ruggeri si è sempre dichiarato anarchico, anche se spesso è stato “accusato” di essere di destra. “Accusato” perché dire in un determinato periodo storico, che un cantautore era “di destra” significava condannarlo all’anonimato e all’ostracismo. “Per quella sinistra conformista e violenta, che negli anni Settanta ha cercato di uccidere la musica o di condizionarla, erano tutti fascisti” dirà Ruggeri ricordando i suoi esordi “punk”. In tale contesto dunque “il Rouge” sembra essere un critico da “né fronte rosso né reazione”. La sua visione spirituale ma disillusa è critica tanto nei confronti dei “muri” eretti quanto nei confronti della ricerca spasmodica di un benessere occidentale promesso e raramente mantenuto.

Frase emblematica: Fuoco sui giocattoli rimasti in mano a voi /
scappano negli Usa i ballerini del Bolshoi / se tu vuoi andartene il tuo treno aspetta già,
ma le catene della mente, chi le scioglierà?”

3) “L’anno, il posto, l’ora” – I Pooh

Anno domini 1973: i Pooh “impazziscono” totalmente e pubblicano “Parsifal”. Questo album si discosta radicalmente dalle produzioni precedenti del gruppo. Che il quartetto sia, a dispetto da ciò che molti sanno o pensano, composto da musicisti eccezionali (Dodi Battaglia è stato nominato il miglior chitarrista europeo dalla rivista tedesca “Stern” all’inizio degli anni ottanta; è stato il chitarrista “di studio” prediletto del primo Vasco Rossi e di molti altri artisti italiani) in tale epoca è già noto. Ma che l’ex gruppo “beat” fosse in grado di produrre un concept album avveniristico era un gesto inaspettato. La “title-track” dell’album, “Parsifal”, parla dell’eroe omonimo del ciclo arturiano, col cuore talmente puro da poter vedere il Sacro Graal. Il pezzo prescelto da questo album è “L’anno, il posto, l’ora”. La canzone parla di un pilota che, in una non meglio precisata zona artica, perde il controllo del velivolo e, ripensando a casa e agli affetti, sa già di vivere gli ultimi attimi della sua vita. E’ quasi istintivo collegare questo testo al breve romanzo Volo di notte” di Antoine de Saint Exupéry, per tematiche e svolgimento. L’epopea degli aviatori, il “pericolo come mestiere” e la calma compostezza e dignità di fronte al disastro imminente, perché l’aviatore muore toccando il cielo e non si pente di questo, sono tematiche raramente affrontate nelle canzoni pop: e questa lo ha fatto in maniera eccelsa. I Pooh hanno composto un brano che non sfigurerebbe assolutamente in una raccolta di musica “alternativa”.

Frase emblematica: E se per caso a voi giungesse ancora la voce mia / direte questo a lei: “un uomo è vento quando vola” / E come il vento niente mai lo fermerà / non si disperderà”.

2)Up Patriots To Arms” – Franco Battiato

Leggendo il titolo e il testo di questo brano del 1980 di Battiato tratto proprio dall’album “Patriots” si stenta a credere, ironicamente, che questa tagliente critica alla società con annesso intro di Wagner ed esortazione per i “patrioti” ad “armarsi” non sia di destra. Ma come sappiamo non si può ridurre Battiato ad una definizione. Come molti di voi già sapranno, l’artista siciliano è studioso ed estimatore di autori che per brevitas definiremo “tradizionali”, come Gurdjeff e René Guenon. Nel solco di questi suoi studi vi è anche “L’era del cinghiale bianco”: questo  solo per fare un ulteriore esempio dei rimandi nella produzione dell’autore di Riposto a soggetti culturali storicamente “cari” all’area di destra. In “Patriots” tuttavia, la “rivolta” contro il mondo moderno in chiave pop diviene netta e precisa, consumata in poche frasi. In questo mondo di “fumi e raggi laser” post-apocalittici le “pedane piene di scemi che si muovono” sono segni del declino della civiltà  tanto quanto le “panchine piene di gente che sta male”. Di questa situazione, il soggetto Battiato rifiuta di prendersi la “colpa”: propone il pensionamento anticipato dei direttori artistici e spara a zero sui ribelli dell’ultima ora dando un seguito in negativo agli echi sessantottini. Sebbene spesso i suoi testi siano per molti di difficile lettura, in questo brano Battiato parte dall’“alto” (l’intro con il parlato arabo, l’incedere maestoso del “Tannhäuser” di Wagner e “la fantasia dei popoli che è giunta fino a noi / non viene dalle stelle”) per farci piovere addosso strali di reazione al sistema progressista chiari e taglienti.

Frase emblematica: “Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
/ Che crea falsi miti di progresso”

1)“Radici” – Francesco Guccini

Questa canzone proviene dall’album-capolavoro del cantautore emiliano chiamato, appunto, “Radici” (1972). Il testo descrive, in breve, il rapporto di profondo amore e rispetto che Guccini nutre per il paese natio della sua famiglia, Pavana, dove l’autore ha trascorso l’infanzia e dove egli riconosce, per l’appunto, le sue radici. Guccini parla alla “casa sul confine della sera”, alle “pietre antiche”: rievoca “riti antichi” e “miti del passato” e li chiama “legami”. La “casa” è un locus quasi vivente, dotato di spirito: a lui l’autore innalza le proprie domande esistenziali, ricordando che nello stesso luogo i suoi avi sono nati e morti. E magari in quegli stessi luoghi o, per meglio dire, agli stessi luoghi, i suoi antenati hanno posto le medesime domande. Questa invocazione e il concetto del luogo come persona o “entità” fa pensare ad una sorta di versione “moderna” del genius loci. Una riflessione, quella contenuta in questo brano, un afflato, che non ci aspetteremmo da un autore di sinistra (sebbene molto sensibile e mai scontato) e che, invece, trova molti punti in comune con una visione tradizionale del mondo.

Frase emblematica: “La casa è come un punto di memoria / le tue radici danno la saggezza / e proprio questa è forse la risposta / e provi un grande senso di dolcezza”

Ilaria Paoletti

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