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Roma, 30 giu – «La Patria è la fede nella Patria. Dio che creandola sorrise sovr’essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch’ei ponesse in Europa, simboli dell’eterna forza e dell’eterno moto, l’Alpi e il mare».

Giuseppe Mazzini nasce a Genova il 22 maggio del 1805. Il padre Giacomo, medico e docente universitario, collabora con “Il Censore italiano” per il quale scrive articoli risolutamente anticlericali e antioligarchici. La madre, Maria Drago, è una fervente giansenista. Nel 1820 s’iscrive alla facoltà di medicina dell’ateneo genovese, ma, essendo svenuto alla sua prima lezione in sala settoria, decide che tale disciplina non fa per lui e così s’immatricola a giurisprudenza, laureandosi in diritto civile e diritto canonico. Nel 1826, a soli ventuno anni scrive il saggio “Dell’amor patrio di Dante”.

Giuseppe Mazzini il patriota esiliato

Intanto nel 1821, vedendo sfilare per le vie di Genova i “Federati” reduci dalla rivolta piemontese, nasce in lui la consapevolezza «che si poteva, e quindi si doveva, lottare per la libertà della Patria».

Appena laureato aderisce alla Carboneria per la quale fa attivo proselitismo. A causa di questa attività viene arrestato e rinchiuso nel carcere di Savona. Viene poi inviato in esilio a Marsiglia dove, nel 1831, fonda la “Giovine Italia” quale: «Fratellanza degli Italiani credenti in una legge di Progresso e di Dovere; i quali, convinti che l’Italia è chiamata ad esser Nazione – che può con forze proprie crearsi tale – che il mal esito dei tentativi passati spetta, non alla debolezza, ma alla pessima direzione degli elementi rivoluzionari – che il segreto della potenza è nella costanza e nell’unità degli sforzi – consacrano, uniti in associazione, il pensiero e l’azione al grande intento di restituire l’Italia in Nazione di liberi ed eguali, Una, Indipendente, Sovrana». La Giovine Italia è repubblicana e unitaria.

L’apostolo della libertà d’Italia aborre il federalismo che considera «la peste maggiore che possa, dopo il dominio straniero, piombar sull’Italia; il dominio straniero ci contende per poco ancora la vita; il federalismo la colpirebbe d’impotenza e di condanna a lenta, ingloriosa morte, in sul nascere. Rampollo d’un vecchio materialismo che, incapace d’affermare la collettiva unità della vita, non può coll’analisi scoprirne se non le manifestazioni locali e ignora la Nazione e i suoi fati, il federalismo sostituisce, al concetto della missione d’Italia nell’Umanità, un problema di semplice libertà e d’un più soddisfatto egoismo».

Il 26 ottobre del 1833 Mazzini viene condannato a morte in contumacia. La condanna è poi revocata nel 1848 da Carlo Alberto, che concede un’amnistia generale. Nel 1834 si rifugia in Svizzera, nella cittadina di Grenchen nel Canton Soletta, ma ben presto viene arrestato ed espulso. Nel 1837 si trasferisce a Londra, città in cui rimane, con alcune interruzioni, fino al 1868. Arrivato nella capitale britannica, le strade della città gli offrirono uno spettacolo avvilente: decine di ragazzini italiani che mendicano, accompagnati da un animale addestrato o suonando uno strumento musicale. Bambini affittati dai propri genitori, che, in cambio di quattro soldi, consegnano a un padrone locale che li tiene con sé alcuni anni, impegnandosi a dar loro vitto, alloggio e vestiario, ma trattenendosi tutto il ricavato della questua. Nel 1841, Mazzini fonda una scuola serale per questi bambini a cui fornisce un’istruzione di base, insegnando loro soprattutto la lingua italiana.

A Londra Mazzini abita nello stesso quartiere di Carlo Marx, ma, a parte questo, li divide un baratro. Il socialismo mazziniano non è un socialismo classista, ma popolare, ritenendo che il contrasto non sia tra classe e classe, ma tra il popolo e il privilegio: «Le rivoluzioni hanno a esser fatte per il popolo e dal popolo, né, fintantoché le rivoluzioni saranno, come ai nostri giorni, retaggio e monopolio d’una sola classe sociale e si ridurranno alla sostituzione di un’aristocrazia a un’altra, avremo salute mai!». E ancora: «La parola d’ordine dei nostri tempi è l’Associazione, che deve estendersi a tutti. Il diritto ai frutti del lavoro è lo scopo dell’avvenire; e noi dobbiamo adoperarci a rendere vicina l’ora della sua realizzazione. La riunione del capitale e dell’attività produttrice nelle stesse mani sarà un vantaggio immenso, non solo per gli operai ma per l’intera Società, poiché aumenterà la solidarietà, la produzione ed il consumo».

L’otto settembre del 1847, Mazzini scrive una lettera a Pio IX a cui chiede di essere credente e di unificare l’Italia.

Si trasferisce poi a Parigi, dove fonda la ”Associazione Nazionale Italiana”, che postula la guerra all’Austria e, dopo l’unificazione, un’assemblea costituente eletta a suffragio universale. Giunto, il 7 aprile del 1848, in una Milano appena liberata dagli austriaci, si convince però che l’indipendenza si può raggiungere anche con l’intervento di Casa Savoia, mettendo in secondo piano il problema della libertà. Si pone così in contrasto con Cattaneo, che afferma come la libertà monarchica non sia paragonabile alla libertà repubblicana.

La Repubblica Romana

Mazzini è a Firenze quando Goffredo Mameli gli comunica che a Roma, il 9 febbraio 1849, è stata proclamata la Repubblica. Raggiunge la Città Eterna il 5 febbraio. Dal 9 al 29 febbraio la neonata Repubblica è guidata da un Comitato esecutivo, composto da Carlo Armellini, Mattia Montecchi e da Aurelio Saliceti, affiancato da un Consiglio dei ministri composto da tecnici e rivoluzionari, che continua il rinnovamento politico in senso democratico iniziato durante la fase di interregno provvisorio; affronta i problemi finanziari; e contrasta i primi tentativi d’insorgenza papista. Viene formato un esercito di diecimila uomini che si dirige verso nord per dar manforte ai piemontesi, che si stanno battendo sul Po contro gli asburgici.

Il 23 marzo Carlo Alberto si arrende a Novara, promettendo agli austriaci che non avrebbe più sostenuto i Lombardi e i Veneti, ripudiando così coloro che, solo qualche giorno prima, aveva accolto nel suo regno come cittadini.

Dal 29 marzo, Roma è retta da un triunvirato composto da Mazzini, Saffi e Armellini, che danno un impulso militarista alla Repubblica, nel tentativo di scatenare una guerra d’indipendenza in tutto il territorio nazionale. Continuano comunque le riforme: è abolita la pena di morte, riconosciuta la libertà di culto e soppressa la censura sulla stampa. La Città capitolina, raggiunta da decine di patrioti provenienti da tutta Italia e dall’estero, diviene la capitale della riconquistata libertà italiana, ma il Pontefice da Gaeta si appella alle Nazioni cattoliche.

La Francia, pur avendo dimostrato una certa simpatia alla Repubblica e promesso di rispettarla, fa marcia indietro e accoglie la chiamata papale. Migliaia di soldati francesi sbarcano a Civitavecchia e marciano su Roma, mentre da sud premono le truppe borboniche e gli austriaci occupano Bologna e la Toscana. La resistenza di Roma termina il 30 giugno, e il 4 luglio cessa di vivere la Repubblica. Ma come dice lo stesso apostolo dell’Unità nazionale, la sconfitta non può cancellare «due grandi fatti, conseguenza dell’eroica difesa: il Papato moralmente spento e l’unità italiana moralmente fondata. Il Papa, rimesso in seggio da una gente materialista, affogava nel sangue dei martiri d’una nuova fede; e l’Italia aveva trovato il suo centro».

Mazzini torna a Londra, da dove, nel 1850, lancia il Prestito Nazionale Italiano e fonda il Comitato Nazionale italiano con lo scopo di diffondere gli ideali repubblicani e riprendere l’attività cospirativa.

Finalmente l’unità

Dopo la caduta della Repubblica romana, i nazionalisti però affidano sempre più la speranza di unità della Patria alle baionette di Casa Savoia, abbandonando così l’idea di una rivoluzione nazionale che deve essere anche rivoluzione sociale. Grazie, quindi, all’abile politica di alleanze sviluppata da Cavour, nel 1861 nasce il Regno d’Italia, lontano però dall’ideale repubblicano sancito dal primo principio fondamentale della Costituzione della Repubblica romana: «La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica».

Il 25 febbraio del 1866 Mazzini, mentre è esule a Londra, viene eletto a Messina deputato al Parlamento di Firenze, ma l’investitura è annullata a causa di due condanne a morte che pendono sul suo capo. Vengono rifatte le elezioni e Mazzini vince di nuovo, ma ancora l’esito viene annullato. Il 18 novembre è eletto nuovamente, e questa volta arriva la convalida, ma, non volendo giurare fedeltà allo Statuto Albertino, rifiuta la carica.

Nel 1868 abbandona Londra per trasferirsi a Lugano, dove, due anni dopo, gli giunge la notizia che le due condanne a morte gli sono state amnistiate. Ritorna in Italia e organizza i moti popolari per conquistare lo Stato Pontificio.

L’11 agosto del 1870 Mazzini parte per Palermo, ma, appena sbarcato, viene arrestato e tradotto nel carcere militare di Gaeta. È lì che apprende dell’unione di Roma alla Madrepatria. Il 14 ottobre, grazie a un’amnistia, torna libero, ma rifiuta il condono e riparte per l’esilio dicendo: «Se verrò in Italia, sarà a modo mio, e non per clemenza del Re». Infatti, rientra in Patria, a Pisa, il 7 febbraio del 1872, sotto il falso nome di Giorgio Brown, ospitato, ormai gravemente malato, nella casa di Pellegrino Rosselli. Il 10 marzo muore, mentre la polizia del Regno d’Italia sta per arrestarlo nuovamente.

Eriprando della Torre di Valsassina

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