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Roma, 9 feb – A Roma nel quartiere giuliano dalmata, sulla via Laurentina, poco dopo la città militare Cecchignola, esiste un monumento sconosciuto ai più. Sul cippo marmoreo, sovrastato da una riproduzione della lupa capitolina, una scritta recita “Roma madre a Pola fedele” e più sotto una scritta in latino, tratta dalle Elegie di Properzio: “optima nutricum nostris lupa Martia rebus, qualia creuerunt moenia lacte tuo!”, la cui traduzione è: “Ottima fra le nutrici fu la lupa di Marte per la nostra potenza, quali mura in virtù del tuo latte crebbero!”.
Il monumento ricorda il terribile esilio che dovettero subire gli scampati alla tragedia delle foibe, quando, dopo la Seconda guerra mondiale, fu deciso, dalle potenze vincitrici, di regalare Istria e Dalmazia alla nascente potenza comunista jugoslava, in spregio all’italianità di quelle terre e della popolazione che lì abitava. Gli eccidi dei partigiani sotto la bandiera rossa non conobbero limiti in crudeltà e ferocia, massacrando prima e poi costringendo all’esilio gli italiani sopravvissuti che ancora vi abitavano. Una vera e propria sostituzione di popolo, termine particolarmente inviso ai governi attuali, che la stanno riattualizzando, seppur con altre forme e modalità, forse meno cruente, ma di certo non meno efficaci.
Perché, nell’ottica internazionalista molto in voga tra i radical chic, non si può essere attaccati alla propria terra per il sol fatto che qui sono vissuti i nostri avi, che qui riecheggiano nel profondo le nostre tradizioni, i nostri usi e costumi. Eppure, spessissimo, l’esilio non ha fatto altro che rafforzare l’amor di patria. Molto noto è il caso di Dante Alighieri, il divin poeta, costretto a lasciare Firenze: “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”. Durissima fu la lontananza dalla sua città, come esprime Dante nei versi: “Tu proverai sí come sa di sale – lo pane altrui, e come è duro calle – lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. Eppure ciò non servì a sminuire l’amore per la sua Firenze e proprio durante l’esilio Dante scrive il suo capolavoro, la Divina Commedia che metaforicamente descrive il ritorno dell’Uomo alla sua Patria originaria più alta, quella spirituale.
Fondamentale testo sacro della cultura europea è l’Odissea, che descrive il ritorno di Ulisse in patria dopo la guerra di Troia, con un viaggio durato oltre dieci anni in cui l’Eroe deve superare molte prove ed ostacoli, obbedendo a quel comando interiore che all’eroe greco mette in bocca ancora una volta Dante: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Un consiglio sempre efficace, di contro a chi ci vuole ridurre a un popolo di consumatori, senza cuore né cervello.
Ma anche alcuni degli uomini più importanti dell’antica Roma dovettero subire l’esilio.
Furio Camillo, ad esempio, fu accusato di aver esagerato nel magnificare la sua persona durante il trionfo celebrato per la conquista di Vejo: “Il dittatore, all’atto di fare il suo ingresso in città a bordo di un cocchio trainato da cavalli bianchi, divenne l’elemento più in vista di tutto il corteo, cosa questa che diede l’impressione di essere eccessiva non solo per un cittadino ma anche per un semplice mortale, perché la gente riteneva sacrilego il fatto che il dittatore, avendo utilizzato quel tipo di cavalli, fosse stato messo sullo stesso piano di Giove e del Sole. E fu soprattutto per questa ragione se il trionfo raccolse più ammirazione per la magnificenza dell’apparato che ampiezza di consensi”. Inoltre gli furono contestate anche le modalità di spartizione del bottino della città conquistata allora “egli partì alla volta dell’esilio pregando gli Dèi immortali che, se doveva subire, innocente, quell’ingiustizia, i suoi ingrati cittadini sentissero al più presto il desiderio di riaverlo tra loro”. Infatti, non molto tempo dopo, i Romani furono costretti a richiamarlo e ad eleggerlo Dittatore per sconfiggere i Galli che avevano conquistato e devastato Roma.
Ecco questo è il senso più profondo di questo scritto: da una parte, nel giorno del ricordo della tragedia delle foibe, dobbiamo donare calore alle anime di quegli sfortunati, trucidati nelle cavità carsiche o costretti ad abbandonare le proprie case. Deve essere sempre chiaro a tutti che le nostre legioni sono formate sia dalle schiere visibili, che da tutte le anime cadute, in ogni tempo e luogo, per la Patria. Allo stesso tempo però dobbiamo continuare a nutrirci metaforicamente del latte della lupa, come i divini gemelli fondatori rappresentati nella statua, coltivare le virtù tramandateci dai nostri avi per tornare alle origini, agli archetipi della nostra civiltà e da lì trarre la forze e le energie necessarie a travolgere tutti coloro che si opporranno alla marcia verso la Vittoria.
Marzio Boni

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