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rubik-cube-europeRoma, 26 apr – Ancora una puntata della nostra inchiesta sull’Europa e il futuro degli Stati nazione. Al primo articolo del tedesco Philip Stein sono seguiti quelli di Gabriele AdinolfiMatteo RovattiFrancesco Boco e Valerio Benedetti. [IPN]



Due ‘no’ come premessa: l’Europa, essendo doppiamente ‘terra della differenza’, in quanto in se stessa irriducibilmente differenziata e nata come differenza rispetto all’Asia, non può sopportare alcuna reductio ad unum, pena il suo tramonto. Quindi no a ogni tentazione ‘imperiale’, così come no a ogni idea di Stato su scala continentale (una sorta di Stato-continente, federale o meno che sia). Pertanto il destino storico dell’Europa sta nel difficilissimo tentativo di salvaguardare le differenze che la costituiscono e, insieme, di darsi una forma politica in grado di assicurarle un ruolo nel mondo di oggi, in modo da riscattarla dall’attuale condizione di subalternità agli interessi d’oltreoceano. In altre parole, la questione che urge è: come creare un ‘grande spazio’ europeo, privo però di Stati egemoni (sfuggendo, ad esempio, a pericolose derive germanofile), e per di più capace di guardare alla Russia come essenziale partner strategico? Fermo restando, sia detto per inciso, che le formule che hanno segnato ‘l’età dell’oro’ dell’Europa, ovvero ciò che Schmitt ha chiamato jus publicum europaeum e Hedley Bull, società di Stati europea, hanno iniziato a declinare sin dalla fine del primo conflitto mondiale e dunque oggi sono sostanzialmente inservibili.

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A me pare che la formula ‘confederale’, lanciata da Matteo Rovatti, si avvicini a questo scopo, a patto però di riempirla di contenuti concreti, evitando quindi di ridurla a vuoto slogan. Ora, innanzitutto una confederazione ha ragion d’essere solo se esistono interessi comuni concreti e chiaramente individuabili. Quali? In primis direi difesa e politica estera, senza dimenticare realtà apparentemente meno significative ma egualmente importanti sotto il profilo tecnologico e della ricerca come l’Agenzia Spaziale Europea. Al riguardo, non ha nemmeno senso privilegiare contesti geopolitici quali che siano (mediterranei e/o continentali). Ad esempio, l’Italia di qualche anno fa persino nel suo status subordinato riusciva comunque a implementare rapporti di partenariato tanto con la Russia che con la Libia, quindi prescindendo da specifiche ‘vocazioni’ geopolitiche.

Non solo, perché una confederazione priva di istituzioni con potere di decisione è già in partenza condannata all’impotenza e alla dissoluzione. Un esempio classico è la Confederazione americana nata nel 1781, che, in assenza di veri organi decisori, finì con l’essere soppiantata dall’odierno Stato federale; ecco perché, per continuare con l’esempio americano (ma lo stesso vale anche per altri casi, come la Confederazione tedesca del Nord), la Confederazione sudista, memore di tutto ciò, si dotò non solo di un presidente e di un vicepresidente, ma anche di un governo e di un congresso confederali. Una lezione che non credo abbia perso d’attualità… Quindi, per sintetizzare, e tenendo fermo il carattere meramente introduttivo di queste mie assai scarne osservazioni, potremmo parlare di ‘confederazione’ verso l’alto, sì da dar vita a un grande spazio europeo, e, a seconda delle circostanze, di federalismo verso il basso, quindi con lo Stato nazionale come decisore ultimo appunto in relazione a eventuali differenze ‘localistiche’ da preservare e/o valorizzare.

Giovanni Damiano

 

 

 

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2 Commenti

  1. Oh! finalmente un cavolo di intellettuale non filo germanico siamo riusciti a trovarlo! A parte questo non ho capito il senso dell’ultima frase: confederazione verso l’alto, federalismo verso il basso?!?

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