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Mohammed bin Salman, erede al trono saudita e vero stratega della petromonarchia

Doha 26 apr – La spiegazione ufficiale del fallimento del recente vertice del cartello dei petrolieri, praticamente Opec più Russia, a Doha in Qatar, è stata addebitata sulla grande stampa all’assenza dell’Iran, cui l’Arabia Saudita avrebbe reagito bloccando un accordo ormai quasi fatto sul congelamento delle quote di produzione finalizzato al rialzo dei prezzi. Il ragionamento più o meno sarebbe stato questo: se l’Iran, che è appena uscito dalla morsa delle sanzioni e sta recuperando a tappe forzate produzione e quote di mercato, non intende partecipare, perché noi sauditi dovremmo cedergli clienti senza colpo ferire? Tanto più, alla luce delle crescenti tensioni tra le due arci-nemiche potenze del golfo (vedasi Yemen, Iraq, Siria, Libano). Eppure l’assenza dell’Iran era stata da tempo annunciata, e la Russia si era data un gran da fare per redigere un accordo che mettesse tutti d’accordo, incluso l’Iran stesso nel momento in cui questi avesse recuperato la produzione pre-sanzioni. Qualcosa non torna.



Le ragioni dell’impuntatura dei sauditi, in realtà, sono altre. Già a inizio anno, su queste colonne, ne avevamo individuata una decisiva nella difesa delle quote di mercato, e nello stesso articolo avevamo ricordato l’inedita – e per i più del tutto inattesa – catastrofe finanziaria incombente sulla maggiore petromonarchia del golfo. In secondo luogo, e sempre con riferimento al nostro precedente intervento, occorre ricordare che l’attitudine saudita ad assecondare la caduta libera dei prezzi del greggio era motivata dall’opportunità di tagliare fuori l’industria americana del petrolio di scisto: una guerra dell’oro nero cui l’impero Usa ha risposto allargando all’infinito i cordoni della borsa per tenere in piedi produttori che altrimenti sarebbero finiti, per oltre la metà, in bancarotta in meno di un anno. In realtà, la produzione interna statunitense si è infine avviata sulla strada del declino, scendendo nelle ultime settimane sotto i nove milioni di barili al giorno (-8% dal picco del marzo 2015), ma la resistenza è stata ed è tuttora molto più forte del previsto. Le minacce di Riad sulla liquidazione dei buoni del tesoro americani, ripetute anche ultimamente, e strumentalmente utilizzando l’eventuale coinvolgimento del regno nelle inchieste sugli attacchi dell’11 settembre, sono soltanto un altro capitolo di questa guerra economica. Due ulteriori e assai pesanti ragioni sono emerse in questi ultimi giorni. La prima, illustrata sul sito specializzato OilPrice.com, rimanda alla guerra intestina al cartello dei paesi produttori: i sauditi avrebbero affossato l’accordo di Doha al fine di ribadire la propria leadership rispetto alla Russia, approfittando delle sue ancora vaste riserve di valuta (che, con il petrolio, esauriscono la dotazione di Riad), consentendole di prolungare la guerra contro i produttori americani – una guerra cui Mosca è molto meno interessata, avendo ampliato in via definitiva lo sbocco cinese per il proprio greggio.

La seconda ragione, in parte esposta da Steve H. Hanke, professore alla The Johns Hopkins University (Usa), è comunque collegata a tutte le precedenti: egli sostiene, con argomentazioni apparentemente molto solide e documentate, che i sauditi abbiano in mano conti molto diversi da quelli che tutti si aspettano. In pratica, starebbero applicando alle loro riserve ancora estraibili un tasso di sconto molto più alto di quanto dovrebbero in condizioni normali, a causa di quella stessa instabilità interna e regionale che intuitivamente dovrebbe portare a un rallentamento della produzione e conseguentemente all’impennata dei prezzi. Al contrario, il livello estremo e solo superficialmente avvertibile di queste tensioni starebbe spingendo l’élite di Riad a “pompare come pazzi” (stanno avvicinandosi a 11 milioni di barili al giorno), al fine di monetizzare il più possibile finché conservano il controllo (la proprietà, in altre parole) dei giacimenti, nonostante i magri profitti – avrebbero bisogno di almeno 100 dollari al barile per far quadrare i conti – e al prezzo di accelerare il declino dei giacimenti stessi. Non c’è che dire, il paradigma della perfetta cleptocrazia. Sussiste tuttavia, a nostro avviso, una ragione ancora più profonda che accomuna i sauditi a quasi tutti gli altri paesi produttori, che di certo non si sono stracciate le vesti per il fallimento di Doha: una ragione che non vi piacerà. Molto probabilmente, essi sanno con esattezza quanto insuperabile sia la crisi delle economie consumatrici di petrolio, quelle manifatturiere cioè, in cui la micidiale combinazione della fine dell’energia a buon mercato, della denatalità accoppiata all’espansione della frazione di anziani assistiti (la frazione di popolazione in età produttiva è in regresso in quasi tutto il mondo sviluppato e anche in quasi tutti i Brics), dell’automazione che ha espunto decine di milioni di lavoratori dagli impieghi più specializzati, della globalizzazione connessa alla delocalizzazione produttiva, della folle e suicida politica dell’accoglienza indiscriminata e autorazzista – insomma tutto quello che sintetizzammo recentemente su questo giornale – si è infine risolta nella inarrestabile compressione delle retribuzioni medie – la vera e unica base della domanda aggregata e soprattutto della sua crescita, rispetto alla quale i tentativi sempre più disperati di tutte le banche centrali di azzerare o perfino invertire i tassi d’interesse, immettere immensa liquidità creata dal niente, acquisire asset senza più limiti, lungi dal sortire effetti apprezzabili sulla crescita (tuttavia, l’alternativa sarebbe stata una decrescita molto dolorosa), hanno costruito una tale spaventosa montagna di debito che il loro esito finale non siamo sicuri di voler conoscere.

Ebbene, alla luce di tutto questo, può sembrare ancora irragionevole che i petrolieri continuino a pompare come pazzi, fino praticamente al limite delle rispettive capacità di estrazione, al costo di esaurire più velocemente le riserve e, in molti casi, a continuare ad accumulare debito non ripagabile? Si tratta del modello “prendi i soldi e scappa”, come l’ha definito il citato Steve Hanke. Soluzioni? A livello globale, salvo una guerra totale da cui eventualmente ripartire, non ve ne sono più, ma rimane quella luce di speranza che è l’Europa, purché i relativi popoli sappiano compiere quello scatto – faticoso, coraggioso, ma necessario – verso una soluzione sovranista, identitaria e autarchica, condita del necessario recupero di protagonismo politico e anche militare. Le condizioni materiali e umane sussistono e resistono ancora, come illustrammo a inizio anno su questa testata: quello che serve, appunto, è soltanto il coraggio di passare il Rubicone.

Francesco Meneguzzo



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2 Commenti

  1. Aggiugerei che tengono il petrolio basso per mandare in rovina i nemici dei banksters quali Russia e Iran, paesi ancora sovrani rispetto alle plutodemocrazie oramai schiavizzate. E essere un paese sovrano oggi è una colpa gravissima per i mondialisti ; si è visto con la distruzione della Libia e della Siria, ambedue con banche centrali che erano o sono di proprietà dello stato. Oggi la maggioranza delle banche centrali sono private(vedi FED(dal 1913), BCE, Banca d’Italia(dal 1992!), d’Inghilterra(dal 1699),etc). Queste in cambio di carta prodotta a costo zero si prendono tutte le ricchezze reali sia pubbliche che private degli stati.E talmente ovvia e semplice la truffa enorme che avviene ma proprio per questo la maggioranza di persone pensano che non sia possibile essere questa la verità, nascosta per di piu’ dai molti media asserviti

  2. Se le menti che gestiscon l’estrazione “araba” ed i prezzi da scisto “americani” non fossero in sintonia, poco basterebbe per una crociata a stelle e strisce, ammantata da evidenti motivi ideologigi e democratici.

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