Home » De Benoist racconta il mistero delle rune

De Benoist racconta il mistero delle rune

by Adriano Scianca
0 commento

Roma, 5 nov – L’erudizione enciclopedica di Alain de Benoist trova un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, in una delle ultime fatiche del poliedrico autore francese: L’écriture runique e les origines de l’écriture (Yoran). Ma solo chi non conosce la capacità dello scrittore transalpino di saper padroneggiare l’intera letteratura scientifica relativa a ambiti diversissimi fra loro rimarrà sorpreso dal rigore filologico di questa opera sulle rune. Soprattutto, de Benoist si tiene lontano dalla vasta e disomogenea produzione più o meno fantasy che spesso infesta la bibliografia su tale argomento, tra ipotesi inverificabili, voli pindarici, suggestioni new age e nazismo esoterico un tanto al chilo.

Tolta di mezzo la paccottiglia, cosa ci resta da sapere sull’universo runico? Cominciamo dalle basi. Al giorno d’oggi sono circa 6900 le iscrizioni runiche ritrovate, 6000 delle quali sono state scoperte in Scandinavia, la maggior parte in Svezia. Le più antiche iscrizioni conosciute sono la fibula di Meldorf, databile nel primo quarto del I secolo d.C., e la scritta su un frammento di ceramica databile tra il 51 e il 100 d.C., entrambi scoperte in Germania. Di tutte queste iscrizioni, solo 15 recano la lista completa delle rune secondo il loro ordine canonico. L’“alfabeto” runico è detto fuþark (il segno þ corrisponde al suono th dell’inglese think), dalla sequenza dei primi 6 segni che lo compongono (Fehu, Uruz, Þurisaz, Ansuz, Raido, Kaunan). Il fuþark è composto di 24 segni, anche se a un certo punto ne è comparso uno semplificato di soli 16 segni. Il fatto che le iscrizioni runiche che abbiamo ritrovato siano relativamente tarde non significa che tale scrittura non esistesse precedentemente. De Benoist riporta l’ipotesi che il materiale privilegiato per le iscrizioni runiche fosse il legno, la cui deperibilità avrebbe facilitato la dispersione della maggior parte delle iscrizioni. Considerazione logica, anche se ovviamente inverificabile.

Sul significato culturale e anche magico delle rune, invece, de Benoist avanza l’ipotesi che si tratti di una scrittura in stretta corrispondenza con la volta celeste: i tre aettir corrispondono alle tre fasi lunari, mentre l’ordine del fuþark corrisponderebbe a quello di un antico zodiaco lunare.

L’autore francese passa poi in rassegna le varie ipotesi circa l’origine della scrittura runica, enumerando le tre principali ipotesi di prestito culturale emerse nel dibattito accademico: la tesi latina, quella greca e quella “nordestrusca”. Tutte e tre le ipotesi hanno vari argomenti a favore, ma anche altri contro. In generale, non è chiaro perché i popoli germanici avrebbero dovuto prendere in prestito un alfabeto estraneo per poi modificarlo sostanzialmente anziché servirsene così com’era. Del resto, la scrittura runica presenta alcune caratteristiche peculiari non presenti in alcuno degli alfabeti citati, come ad esempio la divisione in tre aettir, cioè tre gruppi da otto rune, ciascuno dei quali dedicato a un dio, o il fatto che si trovino scritture runiche leggibili da destra a sinistra, altre da sinistra a destra e altre ancora leggibili in modo bustrofedico, cioè in entrambi i sensi alternati, riga per riga. Alcune rune, poi, non si riscontrano in alcuno degli alfabeti citati, altre ancora sono molto simili a lettere di altri alfabeti ma rappresentano un suono totalmente diverso (Wunjo, per esempio, è identica alla “P” dell’alfabeto latino, o al “Ro” di quello greco, ma si legge “W”). È poi piuttosto singolare che un alfabeto arrivato da sud abbia lasciato iscrizioni tanto più numerose via via che si procede verso nord, sarebbe stato lecito aspettarsi il contrario.

Dell’ipotesi etrusca abbiamo peraltro già parlato in un articolo uscito qualche mese fa sulla rivista del Primato Nazionale. Si tratta indubbiamente dell’idea più suggestiva, anche perché andrebbe in parte a confermare le tesi risorgimentalista di un’originaria, elevatissima cultura italica che avrebbe contribuito all’incivilimento delle altre società circostanti. Più in generale, l’idea dell’origine mediterranea delle rune potrebbe indicare un interessante “contromovimento civilizzatore”, da sud a nord, opposto e complementare a quello da nord a sud che ha portato le prime avanguardie indoeuropee a spostarsi in Italia e in Grecia. L’opposizione tra mondo mediterraneo e germanico ne uscirebbe ulteriormente relativizzata. Una lezione che potrebbe esserci più utile che mai.

Adriano Scianca

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati