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Roma, 29 apr – In questo 2019, anno in cui ricorreranno una serie “impressionante” di centenari legati alla Rivoluzione fascista – dalla fondazione dei Fasci all’Impresa di Fiume, solo per evidenziarne due – i riflettori si sono puntati inevitabilmente sulla “enigmatica” figura di Gabriele d’Annunzio, un tempo definito (dagli antifascisti) come “il Giovanni Battista del fascismo” ed oggi (sempre dagli stessi) come un “nemico” del fascismo. Questione di prospettive si dirà… bontà loro!



Tematica non nuova in verità. Già da alcuni anni, il Vate era risorto dalla “fossa comune” della memoria dove era stato confinato nel dopoguerra e gestire questo ingombrante personaggio per la “intellighenzia bulgara” che tiene in ostaggio la cultura della Nazione italiana è stato davvero difficile. Staccare D’Annunzio da ogni contatto con il fascismo è stato quindi un “atto dovuto”.

Contro questo maldestro tentativo “perbenista” e politicamente corretto, Adriano Scianca è dovuto intervenire per ristabilire i termini della questione con un articolo che riportiamo:

Il rapporto del Vate con il fascismo è invece storia, non ucronia: un po’ di serietà nel trattare l’argomento non guasterebbe.

Ovviamente il gioco delle citazioni decontestualizzate è simpatico, ma può essere fatto in ogni senso: per ogni mugugno dannunziano contro le camicie nere ci sono diverse decine di dichiarazioni di fratellanza verso il loro capo, con cui mai il Poeta entrerà in aperta conflittualità come pure molti gli chiedevano, anche quando le circostanze avrebbero potuto essere a lui propizie.

Ma non è tanto questo il punto. E infatti no, D’Annunzio non era fascista, non c’era bisogno degli scoop del “Fatto” per capirlo. Quello che sfugge totalmente è il fatto che qualsiasi tipo di polemica sia mai intercorsa fra il Vate e le camicie nere, essa ha a che fare con una dialettica interna a un mondo ben preciso: il mondo nato nelle trincee, il mondo abbeveratosi alla fonte dell’irrazionalismo ottocentesco, il mondo che sognava la più grande Italia in armi contro i popoli vecchi delle democrazie liberali.

Che poi questa ribellione andasse condotta con i metodi delle camicie nere o con quelli – peraltro molto poetici, ma anche molto meno concreti – sognati da D’Annunzio è, per così dire, una disputa interna alla famiglia.

Del fascismo, D’Annunzio è stato precursore, ispiratore, maestro, ma proprio per questo non sarà possibile alcuna identificazione integrale fra lui e il Regime. Al quale, tuttavia, il Poeta si accontenterà di chiedere sempre più pressanti favori in cambio di un’astensione dalla politica attiva mai venuta meno dopo il ’22.

Ma tutto questo basta davvero per “salvare” D’Annunzio alle ragioni della democrazia, della Costituzione, dell’antifascismo, del legalitarismo straccione del “Fatto”?[3]

Messa così la questione, chiariti questi aspetti, sembrerebbe che continuare sulla strada della defascistizzazione di D’Annunzio costituirebbe una forzatura culturale, non per ciò che giustamente si precisa e delinea, ma per l’obiettivo politico che ci si pone. Un obiettivo dove le forzature e le esigenze “perbeniste” portano inevitabilmente fuori dalla storia.

E così, sulla scia di preparare una riflessione sul prossimo centenario dell’Impresa di Fiume, sul fiumanesimo e sulla stessa figura di Gabriele D’Annunzio, che abbiamo dato alle stampe il nostro lavoro Fiume trincea d’Italia. Il diciannovismo e la questione adriatica dalla protesta nazionale all’insurrezione fascista[4], dove – per l’appunto – a lungo si è indugiato sui rapporti tra Mussolini e il Poeta-eroe, tra D’Annunzio e il fascismo, tra i Legionari e gli squadristi. Riportando nel solco del dibattito storico tutta la questione (680 pagine, 1.600 note al testo, 1.400 persone citate, ci sono sembrate sufficienti). Ovviamente, un “lavoro di frontiera” rispetto alla bomba mediatica seguita all’uscita del libro dello stimato Presidente della Fondazione del Vittoriale degli Italiani Giordano Bruno Guerri: Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione[5].

Avevamo dalla parte nostra i documenti, le ovvietà storiche, i passaggi logici, e – certamente – l’uscita di un ulteriore studio sulla questione non ha suscitato in noi nessun dubbio sulle tesi che abbiamo portato avanti. I documenti e i fatti erano quelli. Nessuno poteva negarli e nessuno poteva rielaborare il tutto in chiave politicamente corretta. Per questo siamo rimasti profondamente perplessi dalle prime anticipazioni sul libro di Guerri: D’Annunzio non fu mai fascista. Molti suoi “legionari” contro il Duce. […] Guerri ricostruisce le vicende dell’impresa di Fiume: uno spirito libertario che anticipa la rivolta del Sessantotto, è stato l’incredibile titolo di un articolo del “luminare” Paolo Mieli sul “Corriere della Sera” del 18 Marzo 2019. Perplessità, sia chiaro, che hanno colpito diversi “addetti ai lavori”, tra cui uno studioso del calibro di Pierluigi Romeo di Colloredo, autore di un notevole saggio dal titolo La carne del Carnaro, entusiasticamente prefazionato da Giordano Bruno Guerri, ma non tanto da meritarsi una citazione nella bibliografia del libro Disobbedisco

D’Annunzio non fu mai fascista. Molti suoi “legionari” contro il Duce… Ma come è possibile sparare un titolo del genere? Subito, nell’attesa del libro di Guerri – che abbiamo sempre ammirato per l’alto profilo culturale dimostrato nel corso degli anni – ci siamo immersi nella lettura del corsivo di Mieli nella speranza di trovare la “novità”, l’affermazione sostenuta dai documenti. E, invece, nulla. Tutti luoghi comuni che già avevamo affrontato e ampiamente superato nel nostro saggio. A questo punto, la lettura del libro di Guerri è divenuta una necessità. Ma anche questo non ha portato alla rilettura delle nostre tesi su d’Annunzio e sul fiumanesimo, del loro rapporto con il fascismo e la loro appartenenza – innegabile, sia detto! – alla variegata galassia della Weltanschauung fascista. Una grande delusione, visto che l’articolo di Mieli era stato rilanciato ovunque: “finalmente, basta con questo fascismo!”; “iniziamo da d’Annunzio!”; “Mussolini un traditore del Vate”; “il fascismo ha abusivamente rapinato i rituali fiumani”; ecc.

Forse qualcosa più da centro sociale che da dibattito storico.

Ma veniamo al testo di Guerri, tralasciando quando già affrontato e smontato ampiamente nel nostro studio Fiume trincea d’Italia, al quale rimandiamo il lettore più curioso.

Diciamo subito che il Presidente del Vittoriale degli Italiani non delude. Un libro molto bello, da leggere assolutamente. Coinvolgente come un romanzo storico deve fare. Ma manca qualsiasi novità documentale che tocchi la macrostoria.

Guerri esordisce subito con l’evidenziare che “la vicenda della ‘Città di Vita’ [ossia Fiume] venne totalmente inquinata dalla mitologia fascista da essere trascinata nell’oblio”[6]. Crediamo il contrario. Se il fiumanesimo non fosse entrato con tutto il suo carico spirituale nel nascente squadrismo, di Fiume non si sarebbe mai saputo nulla. Non si tratta di “inquinamento” perché – come abbiamo dimostrato – furono i Legionari fiumani a portare il patrimonio spirituale di Fiume nel fascismo. Con naturalezza. Come con naturalezza si comportò Mussolini con d’Annunzio davanti alla repressione governativa. Non ci fu nessun inganno, il Direttore de “Il Popolo d’Italia” fu sempre chiaro a proposito, non tradì mai nessuno, in quanto ben sapeva che i Fasci, in quel momento storico, nulla avrebbero potuto opporre al Regio Esercito mobilitato per la repressione della Reggenza del Carnaro. E lo fece comprendere anche a d’Annunzio e a tutti gli emissari che il Poeta-eroe inviò a Milano per spronare Mussolini ad insorgere. Del resto, è evidente come d’Annunzio, nel periodo di crisi aperto con il Trattato di Rapallo, rifiutò ogni contatto, “soprattutto con la realtà”[7]. Si vorrebbe allora sostenere che il Direttore de “Il Popolo d’Italia”, politico lungimirante, realista, avrebbe dovuto seguirlo su questa strada suicida?

Molti si smarcarono dalle fantasiose visioni del Poeta-eroe, primi fra tutti i suoi più stretti collaboratori, come Alceste De Ambris e Giuseppe Giulietti che cercarono più volte di “riportarlo sulla terra”.

Sostenere che Mussolini, davanti alla repressione della Reggenza del Carnaro iniziata dal Regio Esercito, tradì D’Annunzio è un non senso. Perché mai diede al Poeta-eroe garanzie su questi folli progetti, ben conoscendo la realtà del Paese e la forza dei suoi Fasci. Se sostenne sempre un’azione insurrezionale dannunziana in Italia, lo fece per non essere scavalcato dagli elementi più estremisti, ma ogni qual volta decise di intervenire sulla questione si guardò bene da prendere impegni immediati, rimandando – sempre – il tutto ad un ipotetico futuro. Del resto, era ovvio che se da Fiume i Legionari si fossero mossi, non sarebbero giunti neanche a Trieste che sarebbero stati schiacciati dal Regio Esercito. E se quei “quattro” fascisti fossero insorti in qualche città, non solo avrebbero fatto la stessa fine degli avventurieri legionari, ma avrebbero dato il pretesto ai socialisti di insorgere e, quindi, scatenare la loro rivoluzione. In nome del bolscevismo, ovviamente. Guerri, nonostante ciò, sostiene che “se nel Novembre 1920 [Mussolini] avesse offerto piena collaborazione a d’Annunzio, il Vate avrebbe potuto tentare la conquista del potere in Italia”![8]. Ovviamente, se i fascisti avessero accettato di scatenare una insurrezione – e ciò sarebbe stato possibile, con esiti disastrosi, solo in quattro-cinque città del Nord Italia! – adesso noi non ricorderemo nemmeno più il nome di Mussolini. Questo avrebbe potuto far piacere agli antifascisti, ma che c’entra con la storia?

Il Direttore de “Il Popolo d’Italia”, quindi, non tradì proprio nessuno, prima di tutto non tradì i suoi fascisti gettandoli verso il baratro di un sicuro suicidio. Tant’è vero che mai d’Annunzio accusò Mussolini di tradimento[9], ma questa grossolana accusa verrà costruita ad arte post factum solo da rancorosi estremisti o da antifascisti militanti.

(segue)

Pietro Cappellari

[3] A. Scianca, D’Annunzio, il fascismo, Casapound: un po’ di chiarezza, “Il Primato Nazionale”, 14 Marzo 2015

[4] Cfr. P. Cappellari, Fiume trincea d’Italia. Il diciannovismo e la questione fiumana dalla protesta nazionale all’insurrezione fascista 1918-1922, Herald Editore, Roma 2018

[5] Cfr. G.B. Guerri, Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920, Mondadori, Milano 2019

[6] G.B. Guerri, Disobbedisco, Mondadori, Milano 2019, pag. 4

[7] Ibidem, pag. 386

[8] Ibidem, pag. 399

[9] Cfr. Ibidem, pag. 498



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1 commento

  1. Scusate, ho una curiosità: come si accorda il cameratismo tipico del fascismo con l’individualismo del poeta, che si evince sia dalla sua vita tesa ad essere superuomo sia dalla sua poetica (vedi Alcione)? Non riesco a spiegarmelo. Grazie a chi risponderà.
    Gentili saluti.

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