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Roma, 4 mag – Il fiumanesimo fece parte, insieme al futurismo, all’arditismo e al fascismo sansepolcrista, di quel magmatico mondo rivoluzionario che fu il diciannovismo. Sono movimenti che hanno tutti un DNA comune, che finita quella stagione “con-fusionaria” delle origini, si rinnovarono in quello che fu il fascismo teso alla conquista del potere.



Il fascismo – che fin dalla sua fondazione “con-fondeva” al suo interno Arditi, Volontari di Guerra, sindacalisti rivoluzionari, anarco-nazionalisti, Legionari fiumani, futuristi e chi più ne ha, più ne metta – fu l’erede, unico, di quel patrimonio genetico diciannovista. Quello che vi era di più vitale, quello che era il lato spirituale prima che politico di quei movimenti, confluì nel fascismo, anche nonostante Mussolini, che il più delle volte dovette duellare con l’estremismo dei suoi squadristi “dannunziani”. Il tutto, però, in una visione unica dell’obiettivo politico finale. E se D’Annunzio era “completamente fra le nuvole”[21] e non aveva contatto con la realtà, Mussolini era un politico avente una visione rivoluzionaria della lotta politica. Sapeva cosa fare e fin dove potersi esporre. Questa diversa visione, separò ovviamente i due “capi”, ma mai si giunse allo scontro su barricate opposte. È risaputo che il Poeta-eroe si ritirò nella “meditazione ascetica” durante il periodo dello squadrismo (1921-1922), ma gli stessi appelli della Federazione Nazionale dei Legionari Fiumani affinché i reduci di Fiume non partecipassero alla guerra civile in corso tra fascisti e socialisti caddero nel vuoto: migliaia furono i Legionari che, tornati dalla Città Olocausta, si inquadrarono in pianta stabile nel sorgente squadrismo e, nelle città e nei paesi, dove non esisteva il Fascio o una squadra d’azione, furono i promotori del sorgere di queste strutture: i 39 Legionari fiumani caduti per la causa della Rivoluzione fascista che abbiamo censito, sono un’evidenza storica incontrovertibile. Florio, Fontana, Foscari, Meazzi, Mondolfo, Mugnaini, Ruini, Sette, Sinigaglia, sono solo i nomi di alcuni che donarono la propria vita alla continuità spirituale e rivoluzionaria fiumanesimo-squadrismo.

La stessa Carta del Carnaro, che pochi capirono e ancor meno credettero attuabile[22] – tanto è vero che D’Annunzio non emanò nemmeno una legge attuativa della sua “poesia-politica” –, fu vitale nel mito che scatenò (tra gli squadristi), non certo nella sostanza sulla quale troppo spesso di indugia. Del tutto spiazzati ci lascia la considerazione che “Gabriele vedeva nella Carta qualcosa di non completamente suo, allontanandola da sé volle principalmente rifiutare la sua strumentalizzazione da parte del Regime”[23]. Ossia? Ma dove è scritta questa cosa? È un’interpretazione psicologica che non trova riscontri oggettivi oppure si fonda su documenti inediti?

Anche Guerri riporta la doppia versione dell’ultimo incontro tra Mussolini e d’Annunzio alla stazione di Verona nel 1937, dicendo subito che la versione del “fascista Prefetto” Rizzo non è credibile, mentre sarebbe più attendibile quella di Maroni[24] (che parlava con l’anima del Poeta-eroe durante le sedute spiritiche!!!)[25]. Abbiamo già dimostrato il contrario nel nostro studio e non torneremo certamente su questo banale argomento, fermo restando che – come le cronache narrano – il Duce nemmeno poté ascoltare le parole di d’Annunzio nel caos scatenatosi alla stazione dal popolo veronese in deliro. E pretendere per la versione di Maroni – secondo la quale il Poeta-eroe avrebbe rimproverato Mussolini per l’avvicinamento alla Germania – solo perché il Duce aveva un volto contratto (?), ci lascia sbigottiti. Furono giorni di esaltazione collettiva, un trionfo. Mussolini raggiungeva l’apice del consenso e se un pensiero gli passò per la mente in quelle ore fu solo la constatazione che in un “paio di anni” il regime nazionalsocialista aveva costruito la Nazione più forte d’Europa, surclassando di molto la “povera” Italia… Altro che “rimproveri” dannunziani (comunque smentiti dalle lettere di adulazione al “Duce della Nuova Italia” del periodo in questione).

Anche il famoso carteggio D’Annunzio-Mussolini va preso per quello che è. La descrizione più schietta e sincera del rapporto tra i due grandi capi del diciannovismo, una “stella cadente” e un “astro nascente”. Speculare sul fatto che esistano delle lettere compromettenti che il Duce fece sparire è problematico. Prima di tutto perché queste lettere – che nessuno ha mai visto e mai letto – non possono cancellare quello che c’è scritto in quelle giunte fino a noi; secondo, perché in tutti gli altri carteggi privati – che si presuppone non siano stati epurati dai Men in black fascisti – non compare nulla di contrastante su quanto è noto. Le lettere sono chiarissime. Tra le righe, non vi è nessun messaggio in codice… da Vinci!

Parliamoci chiaro, tutto può essere, anche che Maroni parlasse con il fantasma di D’Annunzio, ma almeno un riscontro possiamo chiederlo? O dobbiamo procedere a “mano libera”, come ci detta la nostra fantasia, perché sia soddisfatta la nostra fantasia? Tutto questo, solo per poter continuare a parlare e studiare liberamente d’Annunzio senza scatenare la mobilitazione dei fasciofobi e dell’odio antifascista?

La libertà è una conquista degli uomini liberi, non certo una concessione da chiedere ai “baroni” che hanno fatto dell’odio politico uno spregevole paravento per i loro fallimenti, per la loro supponenza ed arroganza, per adagiarsi su una inconsistente superiorità morale.

Ma allora? Cosa rimane di questo fantastico romanzo? Di queste interpretazioni? Della bomba mediatica e dei sorrisetti soddisfatti nell’annunciare a reti unificate che “d’Annunzio non fu mai fascista”?

D’Annunzio si iscrisse nell’Ottobre 1920 al Fascio di Fiume. Ma non fu fascista, bontà sua.

D’Annunzio non si oppose alla Marcia su Roma. Ma non fu fascista, bontà sua.

D’Annunzio, pur non avendo nulla a che spartire con lo squadrismo (a differenza dei suoi Legionari), scrisse dopo un mese e mezzo la conquista del potere da parte del PNF che il “meglio” del movimento fascista era stato generato dal suo spirito. Ma non fu fascista, bontà sua.

D’Annunzio non prestò mai attenzione alle sirene antifasciste (democratiche, liberali, socialiste, sindacaliste, comuniste) che lo volevano come “contraltare” a Mussolini, neanche – e soprattutto – durante la crisi quartarelliana che colpì il Governo fascista dopo l’assassinio di Matteotti. Ma non fu fascista, bontà sua.

D’Annunzio firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti. Ma non fu fascista, bontà sua.

D’Annunzio non condannò mai l’instaurazione del Regime fascista. Ma non fu fascista, bontà sua.

D’Annunzio, dopo anni di polemica “interna” e probabilmente di amarezza, scrisse numerose lettere d’adulazione e di ammirazione a Mussolini. Ma non fu fascista, bontà sua.

D’Annunzio accettò di essere nominato Presidente dell’Accademia d’Italia e, quindi, membro di diritto del Gran Consiglio del Fascismo. Ma non fu fascista, bontà sua.

Non saremo noi a sostenere che il Poeta-eroe fosse un fascista. Ci mancherebbe altro! Fu un Übermenschen e come tutti i superuomini fu al di là delle etichette, dell’aggettivazione razionalista. Ma, certamente, fu sempre all’interno di quella visione del mondo fascista, quella Weltanschauung dove esplose il volontarismo di guerra, il futurismo, l’arditismo, il sansepolcrismo, il fiumanesimo! I fascisti, che sempre furono con lui, lo inserirono con orgoglio nel loro Pantheon degli eroi e dei precursori. E ciò basta e avanza.

Il Vittoriale degli Italiani è un “mausoleo essenzialmente fascista”[26], nonostante gli sforzi decennali di depotenziamento – quanta ipocrisia! – tanto cari ai “professoroni” (con stipendio statale). Comprendiamo bene come gli ideali dannunziani – irredentisti, nazionalisti, “imperialisti” se vogliamo – siano totalmente indigesti all’Italia di oggi e chiunque tenti di imboccare una strada per valorizzare questi ideali rischi di venire “maciullato” dal tritacarne mediatico del politicamente corretto e sbattuto in mezzo una strada in pochi minuti. Quindi, che sul Vittoriale sia calato un profondo silenzio è del tutto logico, già è tanto che non è stato smantellato come si è fatto con altri monumenti che ricordano quel passato. I talebani democratici non perdonano. Ma certo, veder sventolare la bandiera croata e quella dell’Unione Europea al suo interno – come è avvenuto il 2 Dicembre 2018 – lascia tutti a bocca aperta. D’Annunzio si sarà rivoltato nella tomba. E con lui tutti i suoi Legionari. Per carità, non abbiamo nulla contro i Croati, ai quali guardiamo con simpatia, ricordando anche la storia comune e, soprattutto, sperando in futuro di fattiva collaborazione per il ritorno dell’italianità in Istria e in Dalmazia; ma certamente quelle bandiere ci sono sembrate davvero fuori luogo. Depotenziare, defascistizzare… sarà! Ma a forza di continuare così, vuoi vedere che cacceranno anche la salma di d’Annunzio dal Vittoriale?

Le uniche bandiere che dovrebbero sventolare al Vittoriale sono quelle della grandezza della Patria, dell’Istria italiana, di Fiume italiana, della Dalmazia italiana. Questo è lo spirito dannunziano che si irradia da Gardone. Ideali da non condividere, da condannare anche, ma questo è il Vittoriale degli Italiani! Vogliamo forse trasformarlo in un secondo “parco giochi” del Lago di Garda per accontentare i “baroni” fasciofobi? Oppure, insistendo con la falsa visione di Fiume “sessantottina”, il “Soviet di Sodoma e Gomorra”, si vuole lanciare un invito a quelle associazioni che si battono per i “diritti civili” per festeggiare il loro pride in questa amena villa delle meraviglie, eliminando per sempre il vessillo scarlatto della rivoluzione nazional-popolare fiumana ed innanzando – tra il corale apprezzamento pubblico – le luminose bandiere arcobaleno? Immaginiamo il successo di questa camaleontica operazione!

Se, nel dopoguerra, tutto l’antifascismo guardò con disprezzo l’ultima dimora del Poeta-eroe, ciò non fu per coloro che quegli ideali avevano incarnato nell’azione politica quotidiana. Vogliamo, infatti, chiudere con le parole di Vincenzo Costa, Ufficiale nella Grande Guerra, squadrista, Legionario fiumano, ultimo Federale del Partito Fascista Repubblicano a Milano, durante la RSI. Un uomo che incarnò davvero – come altre migliaia di fascisti – lo spirito del fiumanesimo come colonna portante della rivoluzione nazional-popolare iniziata nel 1914 nella battaglia interventista. Arrestato nel primissimo dopoguerra per la sua attività politico-militare e scampato per puro miracolo alla condanna a morte, Costa non dimenticò le sue origini diciannoviste, quelle per cui si era battuto – come migliaia di Legionari, non ci stancheremo mai di sottolineare – fino all’epilogo tragico della Repubblica Sociale Italiana. Era appena uscito di galera e, dopo una visita ai famigliari, incredibilmente volle raggiungere il Vittoriale:

Vidi dalle sartie sventolare la bandiera della Dalmazia a lutto e di Fiume l’Olocausta; sentii dalle pietre del Carso e delle terra del Piave il canto della Patria che non muore. Tra le arche e i lauri, in solenne poesia, aprii il mio sacco alpino, tolsi la mia bandiera intrisa di sangue dei miei soldati e la deposi nel chiosco di marmo che raccoglieva il corpo del Poeta-soldato. Mi era padrino nel riprendere nel riprendere la vita l’architetto Giancarlo Maroni; la sua mano era sulla mia spalla mentre genuflesso mi ero assorto, e la sua voce ispirata mi ripeteva del Poeta il viatico per il domani: «La bandiera abbraccia la discordia»[27].

Di là delle contingenze politiche “moderniste”, delle violenze alla realtà storica, delle speculazioni per mantenere il posto di lavoro, oltre le bandiere della Croazia e dell’Unione Europea, è forse questo il vero messaggio del fiumanesimo, di d’Annunzio?

Pietro Cappellari

[21] G.B. Guerri, Disobbedisco, Mondadori, Milano 2019, pag. 311

[22] Ibidem, pagg. 312-313

[23] Ibidem, pag. 330

[24] Cfr. Ibidem, pag. 519

[25] Cfr. P. Mieli, D’Annunzio scosse l’albero e Mussolini raccolse i frutti, “Corriere della Sera”, 7 Gennaio 2014

[26] Cfr. P. Mieli, Dannato d’Annunzio, “Corriere della Sera”, in www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/dannato-annunzio-vita-vate-suo-rapporto-mussolini-69475.htm (7 Gennaio 2014)

[27] V. Costa, La tariffa, Il Mulino, Bologna 2000, pag. 88

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