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Roma, 4 mag – Verso la metà dell’Ottocento, e dopo secoli di isolamento, la Cina si apre obtorto collo ai mercati occidentali, a causa del coinvolgimento britannico e francese nella “Rivolta di Taiping” e delle “Guerre dell’Oppio”. Inoltre, varie potenze europee costituiscono sul suo suolo delle basi, le cosiddette “concessioni”, grazie anche al velato assenso della decadente dinastia Qing.

L’enorme indebitamento con le potenze europee, l’industrializzazione di tipo imperialista, fondata sul capitale straniero con l’impiego di maestranze locali sottopagate e il controllo delle ricchezze monetarie locali da parte delle banche, principalmente britanniche, fa entrare in crisi il Paese, che è impreparato ad affrontare le sfide imposte dalla contaminazione con il capitalismo coloniale. La Cina imperiale e mandarinale non ha gli strumenti per dominare i nuovi rapporti di produzione sviluppatisi al suo interno, improvvisamente e inopinatamente, in forza dell’offensiva espansionista occidentale.

Il divario, tra i mezzi culturali a disposizione dell’Ancient Society e i nuovi problemi politici e di identità emersi, scatena un profondo turbamento nelle classi egemoni. Come afferma Annamaria Merlino Palermo, nel suo “Letteratura e rivoluzione per gli intellettuali del Movimento del 4 maggio”: «La grande civiltà millenaria, nutrita di umanità e rettitudine (le virtù confuciane ren e yi) che affermava di aver raggiunto un’ineguagliabile perfezione artistica, una morale ragionevole e un saggio equilibrio economico e sociale, è muta di fronte alle brutali domande dell’Occidente».

Il 10 ottobre del 1911, con la rivolta di Wuchang, ha inizio la Rivoluzione cinese, una guerra civile combattuta tra le forze imperiali e quelle rivoluzionarie, che costringe, il 12 febbraio del 1912, l’Imperatore Aisin Gioro Pu Yi, della dinastia Qing, ad abdicare. Nasce quindi la Repubblica cinese presieduta da Sun Yat-sen, fondatore del partito Guomindang (il partito nazionalista) e padre della Cina moderna. La sua presidenza dura però lo spazio di un mattino. Infatti, nel novembre del 1913, il generale Yuan Shikai scioglie il parlamento e inizia ad accentrare tutto il potere nelle sue mani, ponendo le basi per una sua investitura quale imperatore e capostipite di una nuova dinastia. Sun Yat-sen si rifugia in Giappone e chiede una nuova rivoluzione, stavolta contro il dittatore.

Scoppia la Prima guerra mondiale, che vede sia la Cina sia il Giappone alleate con la Triplice Intesa. Il Giappone occupa e annette le colonie tedesche della provincia dello Shandong, un territorio costiero posto nella regione più orientale della Cina, e, nel gennaio del 1915, il governo di Tokyo pone ventuno richieste, direttamente e segretamente a Yuan Shikai, con lo scopo di rendere la Cina una sorta di protettorato giapponese. Shikai non rifiuta e tergiversa. Così il Giappone, il 7 maggio, gli dà un ultimatum. A questo punto il dittatore cinese, anche se respinge le richieste più lesive della sovranità nazionale, accetta alcune pretese, e l’otto maggio del 1915 firma con Tokyo il cosiddetto “Trattato ineguale”. Ciò scatena le proteste degli stati occidentali, la nascita di un movimento che lancia una raccolta di fondi per consentire alla Cina di opporsi alle rivendicazioni dell’Impero del Sol Levante e il boicottaggio delle merci giapponesi.

Yuan Shikai pensa che ormai la situazione sia propizia per restaurare la monarchia e accrescere il potere centrale. Il tentativo di restaurazione monarchica indispettisce sia i governatori di molte province, che proclamano la secessione, sia i cosiddetti signori della guerra, militari che guidano delle consorterie le une contro le altre armate, sia i nazionalisti, che insorgono e scatenano una “guerra di protezione nazionale”. Yuan Shikai viene sconfitto, così come i suoi sogni di gloria. Nel 1917, Sun Yat-sen torna in Cina e forma un governo militare a Canton, con lo scopo di salvaguardare la costituzione provvisoria, proclamata con la nascita della Repubblica. La Cina è divisa, e il governo centrale è in balia dei signori della guerra.

Da un punto di vista militare, l’apporto cinese alla Triplice Intesa è estremamente modesto, soprattutto a causa della contrarietà del Giappone, che teme come, in cambio dell’apporto di Pechino alla guerra, le potenze vincitrici possano sancire la fine della sua penetrazione in Cina. La partecipazione bellica di Pechino è circoscritta a poche centinaia di soldati, inquadrati nei reparti franco-britannici schierati sul fronte occidentale. Altre unità combattono, sempre al fianco dei britannici, in Mesopotamia contro l’Impero ottomano e in Africa Orientale contro i tedeschi.

Decisamente più massiccia la partecipazione dell’ex Celeste Impero all’operazione militare in Russia, lanciata sul finire del conflitto in Europa con lo scopo di sostenere le forze anticomuniste. A questa spedizione partecipano varie nazioni, tra cui l’Italia con la “Legione Redenta”, formata da ex prigionieri di guerra austro-ungarici di nazionalità italiana. Fu enorme viceversa il contributo di tipo economico dato dalla Cina. Infatti, l’afflusso di circa centocinquantamila lavoratori cinesi presso fabbriche e cantieri francesi, britannici e russi, sostituisce le migliaia di lavoratori europei partiti per il fronte, consentendo agli alleati di mantenere alta la produzione bellica. Tutto ciò permette alla Cina di sedere al tavolo della Pace a Parigi. Nonostante le sue interpretrazioni, il Trattato di Versailles accorda però al Giappone le ex concessioni tedesche presenti sul suo territorio.

La reazione è immediata e di popolo. Il 4 maggio del 1919 si radunano nella capitale migliaia di studenti per protestare contro gli Alleati e il Giappone, chiedendo a gran voce al Governo (controllato dalla cosiddetta “Cricca di Anfu”) di non firmare il Trattato di Versailles. La contestazione prosegue anche nei giorni successivi, raccogliendo, oltre agli studenti, anche accademici, esponenti della borghesia moderata di Pechino, numerosi circoli intellettuali progressisti, le camere di commercio e una buona parte del nascente proletariato industriale. Dopo numerosi incidenti e scontri, il governo cede e accoglie le richieste dei dimostranti.

Il 4 maggio nasce così un movimento patriottico e antimperialista, influenzato dalla cultura occidentale del primo Novecento, dal positivismo e dalle istanze di libertà provenienti dalla Francia, dal nascente marxismo e dai bisogni di partecipazione popolare alla Cosa pubblica. Per la prima volta in Cina, moderne forme di radicalismo si coniugano col patriottismo, che rifiuta le limitazioni alla sovranità della giovane Repubblica imposte dal colonialismo e dall’imperialismo occidentale con la complicità di governi imbelli. I moti del 4 maggio 1919, sono considerati l’ora zero della storia contemporanea del paese e come l’emblema della fine dell’egemonia culturale del confucianesimo.

Eriprando della Torre di Valsassina

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