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Roma, 28 mar – Il Movimento Cinque Stelle si è sempre gloriato del motto «uno vale uno». Uno slogan che voleva racchiudere l’ideologia pentastellata della democrazia diretta, o meglio della democrazia 2.0. Cioè una neo-democrazia digitale fatta di streaming e “mi piace” facebookiani. Ora, però, le cose sono cambiate: Luigi Di Maio è diventato un capopopolo indiscusso e indiscutibile. Se prima tutto (o quasi) veniva deciso in maniera collegiale, adesso il leader dei Cinque Stelle assume sempre più le fattezze di un boss monocratico e accentratore a cui spetta l’ultima parola.
È quello che emerge, messo nero su bianco, dal nuovo regolamento dei gruppi parlamentari, approvato di recente dai grillini. Ad esempio Di Maio, che ha già scelto in autonomia i nomi dei capigruppo a Camera e Senato, ha ora anche il potere di revoca, da esercitarsi in qualsiasi momento a sua completa e insindacabile discrezione. Nel documento possiamo inoltre leggere che il presidente del M5S «rappresenta il gruppo [parlamentare, ndr] nelle sedi politiche e istituzionali e detiene l’esclusiva titolarità a esprimere la posizione ufficiale del gruppo sulle questioni politiche e istituzionali». Insomma, basta voci dissidenti dell’assemblea: Di Maio detta la linea e tutti al seguito. Le stesse prerogative spettano al presidente anche per quanto riguarda la comunicazione del movimento.
In realtà, più che di snaturamento dello spirito originario o di tradimento della base (che in parte sono innegabili), questa deriva sembra avere piuttosto a che fare con un processo fisiologico in atto in Italia almeno dagli inizi della “seconda repubblica”: l’emergere di personalità carismatiche che, prima o poi, cannibalizzano un partito, ma al tempo stesso lo rendono vincente. In questo senso il pioniere è stato senz’altro Silvio Berlusconi, il primo politico ad amministrare un partito come fosse un’azienda. I risultati sono stati evidenti: Silvio ha praticamente egemonizzato la politica italiana per un ventennio, anche quando non era al governo.
Ma anche Matteo Renzi – come gli hanno del resto rimproverato molti “compagni” – si inserisce nello stesso filone. Al termine della reggenza della cariatide Bersani e dello scialbo Letta, il boyscout rottamatore ha infatti preso un partito allo sfascio e, grazie al suo giovanilismo sguaiato ma vincente, è riuscito a portarlo al 40%. Il Pd alle urne ha pagato anche gli errori di Renzi, questo è indubbio. Ma senza il giovane leader c’è da scommettere che il risultato sarebbe stato ancor più catastrofico. Per tutti questi motivi, la prepotente ascesa di Di Maio potrebbe anche giovare a un movimento confusionario e policefalo come è il M5S (il quale era pur sempre nato attorno alla figura carismatica e debordante di Beppe Grillo). Il rischio, però, è quello di commettere lo stesso errore madornale che, in ultima analisi, ha condannato Berlusconi e Renzi: circondarsi di soli yes men e trascurare completamente la formazione di una classe dirigente autonoma e capace. Staremo a vedere, ma intanto i Cinque Stelle possono cambiare il loro motto. Un suggerimento: «uno vale tutti».
Elena Sempione



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2 Commenti

  1. Il leader lo decide la società privata Casaleggio che prende 300 euro al mese da ogni parlamentare e cioè 100 mila euro al mese dagli stipendi(300X 333 parlamentari) che noi paghiamo a questi.Il leader poi, in mancanza delle preferenze decide la lista dei nomi che andranno in parlamento quindi di democrazia interna, ne’ negli altri partiti di governo, ne’ nei m5s, ne è rimasta alcuna.

  2. Infatti, Di Maio e’ stato selezionato scientificamemte come “leader” in quanto piu’ manipolabile e disposto a tutto per siatemarsi a vita e stare sotto i riflettori. La linea la decidono i servizi Inglesi con medio della Casaleggio che e’ una societa’ ombrello dei servizi Atlantici

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