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images (3)Roma, 22 feb – Siria, migrazioni di massa, primavere arabe: ognuna delle questioni calde dei nostri giorni vede al centro il tema dei «diritti umani», sbandierati in modo particolare dalle classi dirigenti occidentali. Ma cosa si nasconde dietro questo termine all’apparenza meraviglioso e incontestabile? Per capirlo è necessaria un’approfondita analisi storica. L’idea di una serie di diritti (come quello alla libertà e al perseguimento della felicità) inalienabili, spettanti all’uomo in quanto tale, universali e anteriori allo Stato, viene convenzionalmente fatta risalire alla celebre Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), figlia della Rivoluzione Francese, che stravolse l’assetto politico dell’Ancien Régime. Essi furono dipinti come simbolo della ribellione dell’uomo verso ogni forma di dispotismo. Diversi punti accomunarono l’esperienza francese con precedenti dichiarazioni americane e inglesi: già nella Costituzione della Virginia (1776), infatti, si parlava di diritti “inherent” (innati). Alcuni pensatori dell’epoca, come Jean Jacques Rousseau, descrissero un ipotetico “stato di natura” per risalire all’origine dei diritti umani. Con esso si definiva la condizione dell’uomo presociale libero da ogni vincolo, che solo gli eventi storici avrebbero corrotto. Una finzione teorica tanto «necessaria» quanto simbolo dell’astrattezza del concetto.

«Formule come “gli uomini nascono liberi e uguali nei diritti” non resistono all’analisi (“nascere libero”, nel senso proprio, non significa nulla)» disse Raymond Aron. «Sono liberi e uguali rispetto a una nascita e una natura ideale, che era quella che avevano in mente i giusnaturalisti», gli fece eco Norberto Bobbio. L’individualismo giusnaturalistico ispirato al liberalismo, di cui John Locke fu uno dei padri , fu proprio il minimo comun denominatore delle esperienze alla base della “costruzione”dei diritti umani. Una discreta e controversa parte la giocò anche l’influenza del cristianesimo, pensiamo all’importanza che rivestì l’idea cristiana di valorizzazione dell’individuo (inteso nel suo rapporto con Dio) e all’idea di fratellanza di tutti i “figli del signore”, nonostante le chiare radici illuministe e razionaliste dei diritti dell’uomo. Il Novecento vide il definitivo affermarsi su scala globale di questo ideale, testimoniato dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani Onu del 1948 . La concezione atomistica dell’individuo che ben si sposava con la figura dell’homo oeconomicus accompagnò l’espansione dei mercati, costituendo secondo Alain De Benoist «l’armatura ideologica della globalizzazione». I diritti umani si delineano perciò non come un elemento universale valido per tutti in ogni luogo della terra, quanto piuttosto fattore storico figlio di determinati avvenimenti e interessi.

Risultato: quest’idea ha spianato definitivamente la strada al liberalismo e ferito a morte le diversità dei popoli attraverso un «tirannico ipertrofismo morale» , che ne ha fatto il pretesto per condannare e colpire chiunque si discostasse dalle politiche della maggiore democrazia del pianeta, gli Stati Uniti d’America . Una certa (ridicola) sinistra ha favorito il processo, pretendendo di contestare l’attuale sistema economico globale in nome del buonismo, dell’apertura delle frontiere e dell’annacquamento dei confini e delle identità nazionali. Le istanze provenienti dal mondo universitario e da partiti come il PD ricordano più una moderna versione del «fardello dell’uomo bianco» piuttosto che ideali di vera libertà e emancipazione. La questione dei diritti umani è tutta politica quindi, non morale. In questo senso si sono mosse alcune obiezioni di parte marxista, che hanno denunciato il formalismo e gli stretti legami con gli interessi di una classe particolare (capitalistica e borghese) dell’idea di diritti umani . In Italia, in primo piano ci furono sin dall’Ottocento le critiche antiutilitaristiche e improntate all’«etica del dovere» di Giuseppe Mazzini. Le intuizioni mazziniane furono riscoperte e analizzate con rigore da uno dei massimi filosofi del Novecento, Giovanni Gentile, tanto da lasciar traccia in diversi documenti del Regime fascista (in primis nella Dottrina del Fascismo – 1932 e nel Dizionario di Politica – 1940) che fece dell’anti-individualismo uno dei suoi capisaldi. La concezione fascista di comunità e di popolo trovava espressione nel corporativismo, che richiamava cittadini e lavoratori alla massima partecipazione e alla massima responsabilità inserendole concretamente nella vita dell’impresa e dello Stato. Giovanni_Gentile

Bottai descrisse compiutamente questo processo di completamento e superamento della Rivoluzione Francese nella memorabile conferenza Corporativismo e principi dell’89. Agostino Nasti, una delle giovani leve bottaiane più interessanti, scrisse al proposito: «La comunità sociale, lo Stato, non è l’organizzazione creata per assicurare il benessere dell’individuo mortale nella sua limitata vita, ma è anzi la costruzione cui l’individuo è dedicato, in un continuo superamento di sé stesso, e che deve essere fatta vivere con la volontà e lo sforzo in ogni istante. Lo Stato consiste e vive nella coscienza, nell’azione, nel lavoro dei cittadini: e questa continua opera è l’attuazione di un dovere in quanto costituisce il superamento della particolarità individuale per realizzare quel più alto valore che si configura nella vita perenne della Nazione, e nel quale l’uomo attinge davvero la propria umanità. Il lavoro è insomma l’opera stessa con cui l’uomo contribuisce alla costruzione di quello Stato di cui è parte». Sono parole ancora oggi vive per chiunque voglia impostare un “discorso” anticonformista e italiano, in antitesi con l’astratto fantoccio dell’homo oeconomicus e nemico dell’ideologia dominante e della politica di potenza mascherata dietro la bandiera dei diritti umani e universali. Elogio delle differenze di Giovanni Damiano e Indagine sui diritti dell’uomo di Stefano Vaj sono due libri immancabili per chiunque senta sua questa battaglia. Per chiudere, è necessario menzionare un giurista come Carl Schmitt, il quale scrisse che «concepire la libertà come indipendente dalla partecipazione politica oppure come separata dalla comunità politica cui l’individuo appartiene è un’idea che gli antichi avrebbero considerato “assurda, immorale e indegna di un uomo libero”».

Francesco Carlesi

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2 Commenti

  1. L’uomo non ha diritti, ha doveri, in primo luogo verso il Sacro. La libertà e la felicità dell’uomo come “diritti”, sono solo conseguenze concesse dall’adempimento dei propri doveri.

  2. Finalmente una voce contraria a questo nuovo Moloch dei diritti umani. Già Friedrich Nietzsche aveva contestato i fondamenti filosofici di quelli che sarebbero stati i diritti umani, e lo aveva fatto in modo molto convincente. I diritti umani occidentali sono fondati sul monoteismo cristiano, sul sovrannaturalismo antropocentrico, e rappresentano un’ideologia totalitaria, imperialista, crimonogena, travestita dietro i paraventi di virtù morali. Un’ideologia che allontana sempre più l’uomo dalla natura, e che sottomette i diritti di tutte le altre specie viventi agli egoistici privilegi della specie homo. E’ ora di cominciare a demolire filosoficamente i diritti umani, e di riaffermare i sacrosanti diritti di natura.

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