Il Primato Nazionale mensile in edicola

Firenze, 23 mar – Disturbi da lockdown. La narrazione pandemica non si ferma alla questione strettamente sanitaria legata al contrasto del virus ma invade la sfera personale di ognuno di noi, la nostra quotidianità, tentando di imporci una “nuova normalità”. Abbiamo cercato di analizzare i punti centrali di questo cambiamento con Marco Pangos, classe 1980, psicologo dello sviluppo, counselor, psicoterapeuta della Gestalt.

Innanzitutto dottor Pangos, esattamente di cosa si occupa?

Sono un terapeuta clinico, mi occupo nello specifico di problemi esistenziali, di traumi quali ansia, attacchi di panico, fobie. Ho iniziato con i bambini in fascia d’età 3-10 anni e adesso mi sono specializzato sui problemi dell’adolescenza e sul mondo degli adulti.

Oltre all’attività clinica lei si occupa anche di divulgazione scientifica, ha redatto numerosi articoli e pubblicato tre testi riguardanti temi inerenti la psicologia.

Si, il mio primo esperimento letterario ha riguardato il lavoro clinico con i sogni secondo i dettami della scuola “Gestalt”, letteralmente “forma”. Una scuola di psicologia nata in Germania nei primi del ‘900 che inizialmente si occupava di percezione sensoriale. Sviluppata poi da Fritz Perls, fuoriuscito dal movimento psicanalitico di Freud, con un approccio più clinico e orientato all’esistenzialismo. L’obiettivo era, ed è, dare forma ai propri moti interiori imparando a conoscere i propri disagi, i propri bisogni e i propri pensieri. Nel secondo libro ho invece affrontato la funzione adattiva della ribellione adolescenziale e nel terzo la questione dell’intelligenza ecologica.

Intelligenza ecologica. Approfondiamo questo concetto, di cosa stiamo parlando esattamente?

Si tratta di un aspetto dell’intelligenza. Riguarda la conoscenza degli impatti che le persone hanno sull’ambiente e, al contempo, quello che l’ambiente esterno ha su di noi, sia dal punto di vista fisico che psichico. Gli individui ecologicamente intelligenti sviluppano un alto livello di auto efficacia, sensazione che libera l’individuo dall’insoddisfazione di non aver nessun potere sul corso della propria vita, quando al contrario possiamo fare molto…

In un momento come questo, in cui ci viene imposta una riduzione delle attività all’aperto, quali conseguenze può avere sul corpo umano l’astinenza dal vivere la natura?

A livello percettivo è stato scientificamente dimostrato che il verde è benefico di per sé: abbassa lo stress e stimola l’organismo alla produzione di quelle sostanze che donano piacere e benessere, come la serotonina e la dopamina. Dobbiamo tenere presente che più un organismo è stressato e più si abbassano le difese immunitarie, di conseguenza vivere la natura diventa oggi ancora più importante.

Esattamente il contrario di quello che sta accadendo… la maggior parte delle persone oggi non passa il proprio tempo in un bosco o in un prato ma davanti ad uno schermo. Si parla spesso dei danni che causa uno stile di vita di questo tipo, lei cosa ci dice?

Dico che siamo di fronte ad un paradosso. All’aggressione di un virus un organismo sano reagirà in maniera più efficace rispetto ad uno stressato o infiammato. Chi passa gran parte della propria giornata davanti ad uno schermo automaticamente si sconnette da quella che chiamo la sua “natura interiore”. Non ha più accesso alle informazioni fondamentali per la salute e il benessere, condizione che favorisce stili di vita insalubri. La fisiologia ci insegna che un organismo stressato si orienta verso il consumo di zuccheri, grassi, amidi e di sostanze “ricreative” quali alcool, tabacco e droghe. Emergono tutti quei comportamenti che distraggono dalla tensione stressante in modo disfunzionale, al dolore viene sottratta la sua funzione – e dignità – di prezioso indicatore fisiologico.

Quindi uno stile di vita sedentario, con overdose di tecnologie digitali e cattiva alimentazione è strettamente connesso anche alla salute psicologica.

Esatto, ma non solo. Questo stile di vita è un chiaro segnale della regressione del nostro livello intellettivo. L’abuso di questi strumenti digitali sta atrofizzando i nostri processi cognitivi, soprattutto memoria e pensiero critico, oltre alle nostre capacità manuali. Abbiamo delegato ad uno schermo molte aree della nostra vita, diventando sempre meno autonomi e più dipendenti dal mezzo tecnologico.

Mettiamo meglio a fuoco il tema dell’intelligenza, ci sta dicendo che stiamo diventando più stupidi?

Esiste un fenomeno chiamato “effetto Flynn”, dal nome dello studioso neozelandese che scoprì un trend crescente di Q.I. a partire dal dopoguerra fino al 2004. Da circa diciassette anni ad oggi, purtroppo, questo trend è in pericolosa discesa. Abbiamo punteggi sempre più bassi, effetto che è stato ribattezzato il “Flynn inverso”. Importante sottolineare che questi punteggi inferiori di quoziente intellettivo si riferiscono a campioni significativi di bambini in età scolare, appartenenti alla generazione dei cosiddetti “nativi digitali”.

Ci spieghi meglio

Il problema dell’infodemia riguarda la sovraesposizione agli stimoli. Subiamo un ritmo troppo frenetico che non permette un’accurata elaborazione dell’informazione che riceviamo. Passiamo da uno stimolo all’altro senza immagazzinare nulla e le nostre reti neurali si abituano ad una processazione superficiale che non consente alcuna registrazione mnestica. In poche parole, non ci rimane niente. Il nostro cervello è attratto dalla stimolazione esterna, questo costante movimento ci rende distratti, con difficoltà di concentrazione, impedendogli di adempiere alle sue piene funzioni.

Dall’inizio della vicenda Coronavirus si sente parlare sempre più ossessivamente di “transizione digitale”, entità come il Forum Economico Mondiale spingono molto in questa direzione e in Italia, su questa spinta, abbiamo creato anche un ministero apposito. Le domando, non servirebbe prudenza?

Io non demonizzo il digitale di per sé, potrebbe avere la funzione di renderci la vita più semplice, facendoci risparmiare tempo e denaro. Il vero problema non è l’uso, ma l’abuso. Purtroppo manca un’educazione all’uso della tecnologia e siamo ignoranti sui suoi effetti nefasti. Noi esseri umani, per nostra natura, siamo poco consapevoli dei nostri moti interiori e questo abuso ha peggiorato il nostro stato di incoscienza collettiva. Servirebbe invece maggiore consapevolezza.

La domanda a questo punto sorge spontanea: quali possono essere le soluzioni contro questa deriva?

Lo sviluppo dell’intelligenza ecologica potrebbe garantire agli individui quell’autonomia di pensiero capace di aiutarli nella realizzazione del proprio sé. Persone più felici, sane, soddisfatte e più inclini ai rapporti sociali, alla cultura, alla ricerca, allo sviluppo delle proprie potenzialità. Meno inclini all’aggressività e alla distruzione del e dell’ambiente circostante. Le restrizioni alle quali siamo sottoposti ci devono far riflettere non solo sulla qualità delle nostre vite e sulla bontà delle nostre abitudini, ma anche sull’ambiente, l’aria che respiriamo e la vivibilità delle nostre città.

Concretamente, in che modo possiamo agire per lo sviluppo della nostra intelligenza ecologica, così come per migliorare il nostro habitat?

Recuperando un contatto profondo con i propri bisogni. Fisiologici, emotivi, relazionali, sociali, culturali, lavorativi. Tutto ciò che incide sulla qualità della nostra vita. In “Gestalt” per connetterci al nostro mondo interiore utilizziamo la meditazione, strumento fondamentale per un ascolto sincero di sé stessi. Ciò permette quella “connessione” capace di scardinare gli automatismi generatori di abitudini che ci fanno assomigliare a dei robot. Per meditare sono necessari silenzio interiore e padronanza del proprio respiro, ma l’uomo moderno non sa più a stare senza rumori e vive in un un’apnea costante. Per quanto riguarda l’ambiente, dobbiamo ripensare le nostre città con progetti di riforestazione urbana e creare nuovi parchi non solo come polmoni cittadini ma anche come luoghi di scambi sociali.

Le restrizioni sembrano avere molteplici controindicazioni: overdose di digitale, carenza di contatti con la natura e carenza di socialità. Questo ultimo tema, quali effetti può avere sui bambini?

La mancanza di socialità ha come conseguenza il mancato sviluppo delle “competenze sociali”: capacità relazionali, confronto, amicizia, risoluzione dei conflitti interpersonali. Tutti elementi necessari alla formazione dell’identità degli individui. Un’assenza prolungata di queste dinamiche può generare problematiche anche gravi.

I dati provenienti dall’Osservatorio suicidi sono all’allarmanti…

Aristotele sosteneva che siamo “animali sociali”, per nostra natura abbiamo estremo bisogno di scambi e relazioni. Quando esse vengono a mancare l’animo umano soffre enormemente e il suicidio, soprattutto per le persone più sensibili e in difficoltà, può rappresentare l’unica, tragica, via di uscita al profondo malessere esistenziale.

Un consiglio per i genitori?

Passate più tempo possibile vicino ai vostri figli, interessatevi al loro universo. Non lasciate che uno schermo riempia lo spazio che intercorre tra voi e loro, ma colmatelo di giochi, di fiabe, di passeggiate. Sviluppate la vostra intelligenza ecologia, prendetevi cura di voi e dei vostri figli selezionando i bisogni reali da quelli indotti.

Saverio Di Giulio

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta