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Roma, 16 nov – Ci mancava Franco Cardini a dire la sua sulla Nazionale. In un editoriale comparso ieri sul Mattino, il medievista si lascia andare a una addolorata disamina sullo stato della nazione, a partire dall’esito infausto delle qualificazioni ai Mondiali di Russia per quanto riguarda la compagine azzurra. L’articolo è in realtà un condensato un po’ snobistico di banalità, come la seguente: “Noialtri italiani ci siamo inghiottiti tranquillamente ogni sorta di sconfitte e di umiliazioni civili e sociali nel contesto internazionale: e le abbiamo sostenute senza batter ciglio, dando segno di non fregarcene più di tanto. Dell’orgoglio o anche soltanto della dignità nazionale abbiamo da decenni imparato a fare a meno. Ma questa batosta del pallone, evidentemente proprio non ci va giù”. Forse da uno storico che ha indagato anche la dimensione festosa e conviviale del vivere associato ci si poteva aspettare una visione meno stereotipata del classico qualunquismo finto-impegnato alla “con tanti problemi che abbiamo, che ce ne frega del calcio”.

Cardini, però, va oltre, fino a spingersi a immaginare un “prevedibile fermento nel turbolento e ormai ambiguo mondo dei tifosi, dominato dallo sciovinismo e dalla violenza”, vaticinando che “sul piano della sicurezza i prossimi giorni potrebbero essere d’inquietudine e di tensione”, anche in considerazione del fatto che il tifo calcistico sarebbe “uno dei territori preferiti delle manifestazioni del bullismo adolescenziale”. Sembra di ascoltare la solita sociologa post-femminista invitata ad Agorà. Da qui, Cardini trova il pretesto per parlare di un Paese “moralmente e culturalmente impoverito” eccetera eccetera, in cui “le esplosioni d’entusiasmo che accompagnavano lo sventolare della bandiera nazionale e le note bruttine, peraltro: riconosciamolo del Fratelli d’Italia durante le manifestazioni sportive in genere, calcistiche in particolare, mettevano a disagio molti di noi”. A Cardini, infatti, appaiono ridicole “quelle cianfrusaglie da deposito teatrale di periferia, «l’elmo di Scipio» e la Vittoria che avrebbe dovuto «porger la chioma» all’Italia che s’era «desta» perché era stata creata «schiava di Roma». Un armamentario patetico, da Maestrine della Penna Rossa del Cuore di De Amicis, chiassosamente ostentato da schiere di energumeni (e accompagnato magari da simboli politici ancor più imbarazzanti e inopportuni), mentre nei corridoi di leghe e di federazioni sportive fiorivano la corruzione e l’evasione fiscale”.

In realtà, a suonare decisamente deamicisiano, nel senso retorico del termine, è più che altro il patetico invito di Cardini a riscoprire uno sport in cui “non è il vincere bensì il partecipare che conta”. L’insulto all’inno nazionale è del resto un classico, da parte dello storico, che vi era già tornato sopra altre volte. Che quelle parole siano state scritte da un giovane patriota caduto in battaglia a 22 anni, poco conta. Lo storico, infatti, ha ben poca simpatia per tutto quello che riguarda la storia nazionale. Su Italia Settimanale del 13 gennaio 1993, era arrivato a dichiarare che “a Custoza il mio posto sarebbe stato accanto ai fucilieri di Boemia. E che tale resta il mio sentimento profondo di toscano che, ogni volta che si trova a Vienna, non manca di recar un fiore sulla tomba del suo imperatore, nella cripta dei Cappuccini”. Sulla stessa rivista, Cardini definiva “la Spagna e l’Austria sono le mie due patrie d’elezione, sono un fedele suddito della casa d’Absburgo” (31 marzo 1993) e, in un’altra occasione spiegava che è “una truffa chiamare seconda guerra d’indipendenza la guerra d’aggressione franco-piemontese all’Austria” (7 luglio 1993).

Dell’Altare della Patria, al di là di un retorico omaggio al milite ignoto, il nostro ebbe a dire che “non mi piace quell’immenso candido emiciclo di scalinate e di colonne per erigere il quale si dovette rovinare mezzo colle capitolino e sacrificare parte del convento dell’Ara Coeli. Mi sembra blasfema e neopagana quella ricostruzione kitsch del tempio della Fortuna di Palestrina e dell’ara di Pergamo dell’architetto Giuseppe Sacconi e che i romani ribattezzarono impietosamente la macchina da scrivere”. Quest’Italia così sbagliata e così odiata che, tra le tante colpe storiche, avrebbe anche quella di aver fatto scoppiare la Grande Guerra. E potremmo andare avanti all’infinito, con questi esercizi di tuttologia anti-nazionale.

Ora, la domanda sorge spontanea: non sarebbe meglio se questo grande storico che per primo ci raccontò la grandezza della cavalleria medievale, che ci ha vaccinato per tempo contro i fallacismi (finendo poi, però, nel filo-islamismo acritico), che ci ha messo in guardia dai pericoli dell’atlantismo (finendo poi, però, in un terzomondismo insostenibile) tornasse ad occuparsi solo di Medioevo?

Adriano Scianca

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3 Commenti

  1. Il tuttologo si esprime in codesto accorato modo per entrare sgomitando nella folta schiera dell’attuale intellighenzia dei Maestri del Pensiero imperante onnipresente. Nulla di particolarmente originale. Originale sarebbe, invece, che il ns agguerrito storicone desse seguito alle sue convinzioni prendendo cammello e barchetta e via in Austria o Spagna.

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