Roma, 29 nov – “È stata la mano di Dio”: Paolo Sorrentino torna a Napoli e (la) racconta con tutto il cuore. Candidato a rappresentare l’Italia agli Oscar, l’ultimo film del regista de “La grande bellezza” riempie le sale cinematografiche e i nostri occhi. Lo diciamo subito, non è un capolavoro. Il suo film più bello per noi resta “Le conseguenze dell’amore”. Ma dimenticate i virtuosismi e certi manierismi del cinema à la Sorrentino: “È stata la mano di Dio” è girato più con il cuore che con la testa. E riesce a non essere melodrammatico pur avendo tutti gli ingredienti della sceneggiata napoletana.

“È stata la mano di Dio”: Sorrentino torna nel suo Golfo (mistico)

Abbiamo fatto una lunga coda per vedere (in terza fila!) l’ultimo film di Sorrentino e da subito ci siamo resi conto che la pubblicità, il nome che tira, Netflix e tutto il resto hanno funzionato molto bene. Erano mesi che non vedevamo una sala così gremita. Restava da capire se il film fosse all’altezza delle aspettative, della fama del regista partenopeo scappato a Roma e poi tornato nel suo Golfo (mistico) ad orchestrare il suo racconto. Il suo film più intimo, lo hanno detto tutti. Il più autobiografico, lo rivela la trama. La sua pellicola meno intellettuale, meno autoriale. Avrebbe potuto girare un “Amarcord” tutto pizza e mandolino e invece no, dicono. È vero. Ma Sorrentino resta un autore, prima ancora che un regista. Un narratore, prima ancora che un direttore di interpreti. Lui scrive – pure i libri – e quello che scrive lo vede. Quindi lo porta sullo schermo. Ma è tutto molto letterario. Anche questo film, più corale e meno complesso di altri suoi lavori, è pieno di citazioni da chi “ha fatto il Classico”.

La storia dell’alter ego del regista e della sua famiglia

La trama è nota, non vogliamo dilungarci. È la storia dell’alter ego di Sorrentino (la rivelazione Filippo Scotti), casa al Vomero, famiglia felice e imperfetta, con parenti strani e divertenti. Padre e madre a loro modo unici, che lasciano il segno – lui (l’attore feticcio del regista Toni Servillo) comunista dirigente del Banco di Napoli – lei (una strabiliante Teresa Saponangelo) casalinga giocoliera, che architetta scherzi divertenti ed ha (quasi) sempre il sorriso. Poi c’è il fratello maggiore che vuole fare l’attore, la sorella che sta sempre chiusa in bagno. Persino ai funerali. Ma soprattutto c’è la zia matta tutta forme, sogno (proibito) erotico del protagonista (una nudissima e bravissima Luisa Ranieri). E poi tanti altri parenti e personaggi tratteggiati in modo magistrale, come il motoscafista contrabbandiere (Biagio Manna).

Napoli è la vera protagonista

Ma soprattutto c’è Napoli, con il suo Golfo e i suoi vicoli e piazzette, come se fossero rivoli di quel mare onnipresente, che tutto avvolge. Persino quando va in vacanza, Fabietto, il protagonista, va a Stromboli: mare e vulcano (attivo, però). E poi c’è il mare sottoterra, il mare che sbuca nel mare. Insomma l’elemento del mare è la chiave di tutto. Non a caso l’altro cardine della storia è Maradona, che un po’ il mare lo porta nel nome. Sì, il Maradona-Messia, che Napoli attende e che quando arriva è la festa più grande di tutte. Da far dimenticare ogni pensiero, da addolcire ogni dolore. Maradona è la mano di Dio anche perché è la salvezza di Fabietto/Sorrentino. Maradona riscatta l’Argentina dall’Inghilterra, “è un rivoluzionario”, dice Alfredo (Renato Carpentieri). Insomma, tutto a Napoli è iperbolico, esagerato, ingigantito. Ma immensa è anche la bellezza dei luoghi, che poi sono dello spirito oltre che dell’infanzia del regista. La bellezza dei volti. La bellezza delle tradizioni, dal “monaciello” alla “zuppa e’ latte”. Una grande bellezza molto più vera, molto meno filtrata. Una “granda bellezza”, direbbero a Napoli.

“Andare a Roma è una stronzata. Tutti tornano qua, prima o poi”

A noi il film è piaciuto perché si ride e si piange senza starci a pensare, così, all’improvviso, in modo spontaneo. Un merito notevole che riconosciamo a Sorrentino. È un film pieno di parenti, di persone, affollato. Eppure è pieno di solitudine, di mare all’orizzonte, di silenzi, di un bagno-rifugio da cui non si esce mai. A meno che non si vada verso il futuro – anche attraverso una prima volta con una donna anziana (sequenza pazzesca, quella con la baronessa) – e allora si parte con il treno per Roma. Eppure, come dice Antonio Capuano (Ciro Capano), regista-maestro di vita (importante anche nella carriera di Sorrentino), “andare a Roma è una stronzata. Tutti tornano qua, a Napoli, prima o poi“. Il ritorno di Sorrentino (che però vive a Roma), a vent’anni da “L’uomo in più”, è la celebrazione della verità che c’è dietro ogni finzione. “Napule è”, canta Pino Daniele alla fine del film. Napoli qua è la verità.

Adolfo Spezzaferro

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