Torino, 14 mag – Insensibile. La Juve, che conquista il suo settimo scudetto consecutivo, trovando forze, energie, scatti d’orgoglio e fame calcistica laddove chiunque altro si sarebbe da tempo appisolato con la pancia piena, fa sfoggio di un dna sportivo che ha tutti i tratti dell’insensibilità estrema. È questo che piace ai suoi tifosi e fa imbestialire i suoi avversari: questa gioiosa spietatezza, questa fanatica mancanza di cuore. Il riferimento, neanche a dirlo, è alle parole infelici pronunciate da Gigi Buffon la sera dell’eliminazione dei bianconeri dalla Champions, sigillo amaro su una carriera personale comunque incredibile, ma soprattutto sfogo che, inconsapevolmente, ha tradito esattamente il codice genetico della juventinità, quella ferocia davanti all’obiettivo che vede in ogni recriminazione (altrui e, a maggior ragione, propria, un ostacolo sul cammino verso la vittoria, che è “l’unica cosa che conta”).

La Juve è insensibile, per questo la sia ama o la si odia. Se diventasse “sensibile”, forse sarebbe più simpatica, come lo era ai tempi di Cobolli Gigli. C’è chi la chiama “sensibilità”, chi “arrivare settimi”, due cose che fanno entrambe simpatia. Meglio, molto meglio, archiviare questa stagione con le parole di Giorgio Chiellini, che ieri si è tolto qualche sassolino dagli scarpini individuando la mentalità Juve nell’orgoglio di chi procede a testa bassa contro la leggerezza della spiritosaggine intempestiva. Si dirà che, con molta meno retorica, il segreto della Juve è semmai nel fratello juventino di Orsato e nei labiali di Tagliavento. È una questione su cui probabilmente non verremo mai a capo. Ma anche chi questi sette scudetti non può proprio digerirli, anche chi infiocchetta il filotto straordinario con una serie di “ma” e “però”, anche gli irriducibili del gol di Turone e di tutti i gol di Turone che incorniciano i successi bianconeri – tutti costoro, devono comunque arrendersi a un’evidenza: non c’è altro modo, per rompere questa egemonia, che non passi da una controegemonia.

Non si può battere la Juve, se non essendo la Juve. Così come la Juve non potrà mai battere il Real Madrid se non essendo il Real Madrid, ed è questo il motivo per cui lo sbrocco di Buffon è sembrato fuori luogo proprio in un quadro di juventinità. Sportivamente e culturalmente drammatica, invece, risulta essere la scelta di affidare l’elaborazione del lutto ad alibi vari, come sembra aver fatto il pur ottimo Maurizio Sarri, parlando, anche a campionato finito, di favoritismi nel calendario e altre amenità, non senza ricorrere a un argomento che voleva forse essere una stilettata ai rivali, ma si è rivelato invece un’involontaria ammissione di immaturità: la storia del campionato “perso in albergo”, vedendo la Juve alla tv che rimontava la partita con l’Inter. Siamo lontani dalla mentalità che può cambiare i rapporti di forza nel calcio italiano. Che questo sia un bene o un male, dipende dai punti di vista.

Adriano Scianca

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