Roma, 15 mag – Se Francesco Totti è la Roma, Daniele De Rossi è quello che la Roma non sarà mai. Uno è il capitano eterno, l’altro il Capitan Futuro di un futuro che non c’è. Quella del primo è la favola: il pupo biondo nato e cresciuto nel cuore dell’Urbe, il numero 10, il giocatore giallorosso più forte di sempre, il simbolo. Che ha vinto poco è vero, ma almeno uno scudetto sì. E a Roma la cosa assume valenza epica se non mitica, data la cadenza quarantennale o ventennale dei “tricolori”. Daniele De Rossi no, non è la Roma. E’ di più. E’ l’anima sottile della squadra. DDR è l’oltre-romanismo. Daniele De Rossi è l’amore incondizionato e la sconfitta in una squadra che ha fatto dell’amore incondizionato e della sconfitta la sua cifra storica. Di chi è riuscito a vincere 3 campionati arrivando 14 volte secondo, di chi per primo nella storia calcistica europea è riuscito a perdere una finale di Coppa dei Campioni in casa.

I segni del destino

Daniele De Rossi nasce due mesi dopo la vittoria dello scudetto del 1982-83, nella stagione che porterà alla sconfitta con il Liverpool, ed esordisce con la Roma pochi mesi dopo la vittoria dello scudetto del 2001, in una partita di Champions e in un momento in cui la Roma sembrava in grado di aprire per la prima volta nella sua storia un ciclo di vittorie. Quel ciclo non ci sarà e per 18 anni DDR dovrà “accontentarsi” di un mucchio di secondi posti, un paio di coppe Italia e sogni mai avverati. Daniele De Rossi è la “maledizione egizia” che colpisce il romanismo, anche sul piano simbolico. Diventa finalmente capitano nell’anno della mancata vendetta nella semifinale di Champions contro il Liverpool, comunica l’addio al calcio il 14 maggio giorno della ricorrenza del secondo scudetto laziale, giocherà l’ultima partita il 26 maggio a sei anni dalla sconfitta in finale di Coppa con la Lazio e la partita di addio (19 anni dopo di nuovo ultima in calendario) sarà Roma-Parma, gara che simboleggia quello scudetto che mai è riuscito a portare a casa.

Un destino così cinico e baro che lo porterà ad essere secondo anche nell’unica cosa che spesso si “vince” a Roma: diventare una bandiera, vessillo della squadra e della città. Trovarsi nella condizione di avere praticamente le stesse presenze e stagioni in Serie A di leggende come Franco Baresi, dare centinaia di presenze di distacco a miti giallorossi come Losi, Giannini e Di Bartolomei, per poi trovarsi davanti per tutta la carriera Francesco Totti.  Ma se Totti è per tutti, De Rossi no. Almeno non è per quei tifosi che per anni lo hanno infamato, che raccontavano delle minacce subite dai Casamonica, della barba fatta crescere per coprire un presunto “sgarro”, che lo chiamavano “capitan Ceres” dandogli dell’alcolizzato, che dicevano “sono dieci anni che non gioca” anche quando non era vero.

DDR il supertifoso

Perché De Rossi è solo la parte migliore del romanismo, un romanismo impossibile, epurato di quella componente cesarona, popolana, sguaiata, irriconoscente e volubile, che è parte del tifo giallorosso. Aristocratico più che popolare, e sicuramente mai populista. Poche parole, mai banali e quasi mai sbagliate. Mai una lamentela, come quando dopo l’appuntamento fallito con la storia, nella semifinale di ritorno con il Liverpool l’anno scorso evitò di commentare un errore arbitrale decisivo, preferendo assumersi le responsabilità sportive e parlando da tifoso: “Sono orgoglioso dei miei compagni e orgogliosissimo della gente che e è venuta qua. Ci hanno sempre accompagnati. Si è creato qualcosa che non vedevo da anni, da quando ero bambino, da Roma-Broendby, Roma-Slavia Praga, partite che non hanno portato un trofeo ma che mi rimangono nel cuore. Serate piene di orgoglio, piene di amore e di romanismo. Noi torneremo qui per provare a vincere: la Roma deve abituarsi a giocare queste partite ogni tre anni e non ogni trent’anni”. 

Non c’è posto per i “bidoni della spazzatura al posto del cuore” e le lamentele nelle parole di De Rossi, ma assunzione di responsabilità e franchezza, doti che risultano estranee ad una certa visione traviata della romanità. Sempre libero e mai banale anche fuori dal campo, anche a costo di polemizzare con le istituzioni e in particolare con la polizia, che si trattasse di ricordare il suocero morto in circostanze violente o di contestare la tessera del tifoso. Lontano dalla visione edulcorata e politicamente corretta del calcio moderno, lui che si è sempre vantato dell'”odio sportivo” nei confronti della Lazio, che nella conferenza di addio ha riservato le ultime parole “agli avversari stupendi e alle emozioni vissute in trasferta”, perché il “calcio è contrapposizione e anche un po’ ignoranza”. Un’etica sportiva e “guerriera” sconosciuta ai censori che vogliono trasformare il calcio in mero spettacolo.

Anche nei sentimenti DDR non conosce banalità. Sua forse la dichiarazione d’amore più bella di sempre: “Ho un solo rimpianto: quello di poter donare alla Roma una sola carriera“. Un “soldato sportivo” che all’apice della carriera disse di no a Mancini e al Manchester City, rinunciando ad un progetto più accattivante, un campionato più prestigioso e un paio di milioni di euro in più all’anno. “Nun je la faccio”, disse. Quanti dei tifosi che lo criticavano per lo stipendio “troppo alto” che gli elargiva la Roma lo avrebbero fatto? Perché è impopolare, ma molto spesso il popolo è peggio della casta e nel caso di De Rossi il 90% dei tifosi sono peggio di lui.

Il legame con la Nazionale

Se Totti è il figlio del centro di Roma, De Rossi è il figlio della periferia. Da Ostia come un “diseredato”, un moderno Catilina, è l’eroe di un romanismo celato ma autentico. Spezza la finta tradizione che vuole il giallorosso in contrapposizione all’azzurro. In una città che ha sempre snobbato la Nazionale lui è il quarto calciatore di sempre per presenze, dietro a Maldini, Buffon e Cannavaro: 117 presenze, più di Zoff e il doppio di Totti. E proprio con l’Italia otterrà l’unica grande vittoria della sua carriera: la vittoria del mondiale 2006. Unico lieto fine della sua storia sportiva, con il rigore segnato in finale dopo la lunga squalifica per la gomitata allo “yankee” McBride.

La conferenza di addio

Perché in fondo il destino di De Rossi è questo: sarà grande solo lontano da Roma. E’ stato chiaro anche nella conferenza di addio di ieri, quando la società gli ha dato il benservito senza preavviso né uno straccio di proposta per continuare, comunicando il tutto con un post su Facebook. Da una parte la freddezza dell’Ad Fienga, che parlava delle ragioni “dell’azienda”, dall’altra gli occhi lucidi di De Rossi: “Non escludo che nei prossimi anni mi vedranno intrufolato con panino e birra in qualche settore ospiti a tifare per i miei amici“. Commozione sì, ma nessuna lamentela o polemica. Una lezione di signorilità e comunicazione data ad una società ingrata anche nel momento dell’addio, quando spiega all’Ad che se “se fossi stato dall’altra parte ad un giocatore come me l’avrei rinnovato il contratto“, almeno per una decina di partite o per motivi di spogliatoio sarebbe stato anche nell’interesse della società. E il pentimento tardivo del presidente Pallotta, che dopo la conferenza ha ipotizzato una marcia indietro, dimostra che DDR aveva ancora una volta ragione. 

De Rossi andrà a giocare all’estero. Nel frattempo “il lavoro sporco lo fa Francesco (Totti, ndr) spero che prenda più potere possibile e se un giorno cambierò completamente idea lo raggiungerò”. Tornare in veste di dirigente, “prendere il potere” insieme a Totti e cambiare le cose. E’ l’ultima promessa di De Rossi. Ma è una promessa da marinaio. Perché non è questo il destino della Roma. Perché la sua sarà per sempre la Roma che non sarà mai.

Davide Di Stefano

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