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Roma, 17 giu – Tra le tante paroline magiche che ciclicamente rispuntano nel dibattito politico nazionale, ce ne è una su cui solitamente non si riflette molto, dandola per assodata: “sussidiarietà“.
In soldoni, il principio di sussidiarietà come sancito dalla dottrina sociale della Chiesa, e come ripreso un po’ da tutti nell’ultimo secolo di storia, implica che lo Stato debba “diluirsi” in unità sempre più piccole, delegando alle stesse tutte le sue funzioni salvo la difesa e l’ordine pubblico, in modo che le decisioni che contano siano prese il più possibile “vicine ai cittadini”.
L’enciclica Quadragesimo Anno è molto esplicita in tal senso: “Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle”.
Il tradizionale anti-statalismo cristiano, la cui secolarizzazione darà il via alla stagione del liberalismo protestante anglofono, viene in questo modo declinato come sempre in forma particolarmente accattivante, nell’idea di una società “organica” ed autoregolantesi secondo la tradizione per l’effetto dei “corpi intermedi”, il cui scopo sembra proprio essere quella di difendere famiglie ed imprese dallo Stato e dalle sue eccessive pretese. Sempre per il bene comune, ovvio.
Il Italia, in applicazione di questo principio, abbiamo avuto l’istituzione delle Regioni, ovvero quei centri folli di spesa fuori controllo e di corruttele infinite che ben conosciamo, che però sono servite esattamente a questo: a depotenziare lo Stato nelle sue funzioni fondamentali, esattamente nello stesso momento in cui esso veniva depotenziato anche “dall’alto”, ovvero dall’Unione Europea ancora in fase embrionale.
Non è un caso che il concetto di sussidiarietà sia un’ossessione del pensatoio neoliberale dedicato a Bruno Leoni, che vi vede nientemeno che l’alternativa allo Stato sociale diffuso. Basta con questa insopportabile burocrazia, basta con gli stipendi pubblici che “creano consenso elettorale”, lasciamo gli individui ad aiutarsi gli uni con gli altri.
Suona famigliare? Certamente. È lo stesso ritornello alla base dell’agghiacciante concetto di filantropia, di cui abbiamo già sviscerato in passato la natura liberale. È inutile girarci attorno: o lo Stato si fa promotore della redistribuzione del reddito nazionale, o non basterà la “buona volontà” ad evitare la catastrofe sociale che ci sta schiacciando in questo preciso momento.
Intendiamoci: che in Italia esista un problema di Stato soffocante per le imprese, sia a causa della tassazione che della burocrazia, è oggettivo, ma ovviamente quello che i soloni neoliberali si dimenticano sempre di spiegare è perché, tanto per dire, siamo passati da una pressione fiscale del 30% ad una del 45% del Pil in circa 15 anni a partire dai primi anni ’80. Sarà la corruzione, saranno gli sprechi o magari sarà il destino cinico e baro, ma si potrebbe sospettare che l’esplosione del debito pubblico susseguente al divorzio tesoro-Banca d’Italia possa centrare qualcosa.
Ancora: ci lamentiamo della burocrazia e facciamo benissimo, ma esattamente, quanta colpa è nostra (e ne abbiamo) e quanta dell’intrico di furiosi adempimenti che l’Ue richiede agli Stati membri, i quali a loro volta devono scaricarli sulla popolazione generale?
Insomma, diciamocelo chiaramente: le cose sono sempre molto più complesse di come sembrano, e non sarà il richiamo a fumose quanto pericolose parole d’ordine a risolvere come per magia tutti i nostri problemi. Lo Stato è eticità immanente ed inveramento storico della nazione, chiunque voglia limitarlo è per definizione nostro nemico, e questo deve essere chiaro a tutti.
Matteo Rovatti

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