Roma, 21 mag – È particolare, il libro pubblicato da Audax: “La storia come organismo vivente”. Audax è una casa editrice friulana, rispetto alla quale Emanuele Franz ricopre il ruolo sia di autore che di editore. Leggendo il testo, ma anche conoscendo questo emergente filosofo, si ha l’impressione che una radice quasi nietzschiana abbia vinto la gravità del materialismo contemporaneo e l’abbia fatto con inaudita violenza, quasi eroica. Nella sua energia, non dialettica, per nulla speculativa, emerge il quadro di una filosofia che rigetta lo stereotipo sistematico e teoretico moderno. Non vi sono riferimenti astratti, ma la straordinaria capacità di inverare ciò che nell’antichità erano la filosofia ed il Mito. Emanuele Franz, infatti, rigetta la speculazione fine a sé stessa e non si appella alla favola quale decadimento del mito (seguendo quasi inconsciamente l’insegnamento di Franz Altheim) e tanto meno concepisce la dimensione storica come un agglomerato documentale del passato. La crisi della società contemporanea si relega ad un intellighenzia culturale diretta da interessi sempre più o meno occulti, ma anche slanci che lo sguardo borghese del ‘900 ci aveva fatto dimenticare.
La Storia intesa come organismo vivente, non solo confuta la vulgata cristiana della linearità della storia e della provvidenzialità a cui dovrebbe essere necessariamente sottoposta, ma ribadisce il Mito classico con cui il Sacro modella, plasma e decora la trama degli avvenimenti umani, in un cosmo in cui la dualità agostiniana viene semplicemente non considerata. La sfida temeraria è quella di un giovane autore, che vive la filosofia non come erudizione ma come prassi esistenziale, che traccia un solco invalicabile tra gli storici della filosofia, che non sono filosofi, e la vita del Logos spirituale del mondo. Questa sfida è rappresentata dalla capacità di non riferirsi ad una congettura fine a sé stessa, ma di illuminare una visione propria, di dipingere un quadro, molto affascinante, con l’utilizzo del proprio intelletto, della propria interiorità, non discutendo, ma, come in Nietzsche e nel mondo classico, ritornando ad affermare. Siamo in presenza di un autodidatta, con delle capacità di approfondimento straordinario (ora Emanuele Franz si appassiona anche agli studi di indoeuropeistica con risultati assolutamente lusinghieri), che ha forgiato una propria visione della storia, ha forgiato la propria dottrina delle sette età dell’umanità, ha forgiato il proprio rifiuto della teoria gender e dell’omosessualismo, un rifiuto, è opportuno sottolinearlo, alla cultura dominante e non all’omosessualità come status di vita.
Dal nostro punto di vista, l’espressione usata da Gianluca Veneziani sul quotidiano Libero, la quale identifica Franz come un novello Mauro Corona, ma in versione speculare, ovvero in un anti-Corona, ci trova perfettamente concordi. L’organismo vivente che sottintende i grandi rivolgimenti della storia è quel cuore pulsante che riemerge nell’ascesi silente che il filosofo sperimenta giornalmente sulle sue Alpi, è il magnetismo di una capacità di vivere nuovamente fuori dagli schemi, liberamente, parlando direttamente con il Divino, senza mediazioni teistiche o religiose, proprio come un novello Empedocle, signore del proprio fato.
L’autore nel testo, nello specifico, ritrova, per dirla alla Vico, il susseguirsi degli avvenimenti storici come elementi che tracciano un percorso circolare che si apre alla formazione delle diverse stazioni dell’Essere, che avrà il suo culmine nell’ “età della Sapienza”. Franz concepisce arditamente una Repubblica ideale ed una connessa Costituzione, collocandosi così nel filone della filosofia statuale, che vede in Platone, in Tommaso Campanella e Thomas More, i suoi più illustri rappresentanti. Il collegamento delle intuizioni di Emanuele Franz con gli archetipi del mondo della Tradizione è innegabile, perché è evidente in esse il rigetto radicale di ogni decadimento civile, sociale e spirituale, espresso dalla società moderna, e con la decisa affermazione della preesistenza di un origine trascendente ed immanente ( Franz riscopre la sua particolare affinità con Evola e non casualmente) di natura sacrale, che, appunto, rappresenta l’anima profonda del suo organismo vivente.
Si respira aria nuova, fresca, come quella delle Alpi friulane, nelle pagine di questo libro; si assapora un gusto antico per la forma, per l’ordine, per la semplicità; si orecchia una musica che tocca le corde più esigenti della nostra esistenza, quelle della lotta imperitura per l’esplicitazione di un’Idea–forza, quella del Vivente, del non–omologato, di chi viveva la filosofia come espressione di una religiosità dell’anima, senza idoli, senza santi, ma come un autarchico Io.
Luca Valentini

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