Roma, 21 giu – Torno nuovamente sull’etica della convinzione per analizzare, ovviamente in maniera assai sommaria e schematica, i comportamenti e le reazioni di chi se ne fa portatore. Prendiamo il caso concreto dell’etica della convinzione a proposito dei cosiddetti ‘migranti’ (ma lo stesso vale, ad esempio, per omosessuali o zingari). Ci si trova di fronte a posizioni semplici, prive di sfumature, e per questo tanto più incapaci di qualsivoglia problematizzazione, riassumibili così: chi abbraccia quest’etica è dalla parte del bene e dell’umanità. Pertanto, forte di questa premessa, tale etica andrà osservata e seguita senza deroghe o compromessi, quindi in maniera cieca e incondizionata. In una parola, in maniera irrazionalmente fanatica. Non a caso, se si guarda al linguaggio con cui parla quest’etica, ci si accorge immediatamente che si tratta del linguaggio dell’emotività più spinta, col contorno dell’uso, sempre più spregiudicato, di figure particolarmente indifese come in primis i bambini, e quindi adattissime a suscitare emozioni. L’etica della convinzione, insomma, è innanzitutto un esempio assai probante di emotivismo etico.
Ma quest’etica conosce ovviamente pure il linguaggio della demonizzazione, anch’esso basato su un meccanismo assai semplice: se io sto dalla parte del bene, chi si oppone a me è ‘naturalmente’ dalla parte del male, e quindi deve vestire i panni del portatore per eccellenza del male, ossia il demonio, che però in una società fortemente secolarizzata sarà spendibile solo a patto di incarnarsi in una figura ‘terrena’, che solitamente è quella di Hitler. Ma attenzione, qui siamo ben oltre la classica fallacia argomentativa nota come reductio ad Hitlerum, splendidamente esposta da Leo Strauss nel suo Diritto naturale e storia, in base alla quale “una teoria non è confutata dal fatto che le è capitato di esser condivisa da Hitler”, essendo ormai evidente che Hitler è diventato un paradigma svuotato di ogni reale storicità e quindi utilizzabile anche in assenza di qualsivoglia appiglio concreto.
C’è infine un ulteriore aspetto, che è il linguaggio della disumanizzazione, già a suo tempo smascherato da Carl Schmitt. In sintesi, chi parla in nome e per conto dell’umanità si sente investito del potere di mettere fuori dall’umanità chi non condivide la sua etica. L’avversario è espulso dall’umanità, è relegato nella non-umanità, e quindi può essere criminalizzato a piacimento e trattato non più come un essere umano. Porto un solo esempio al riguardo, ovvero le recentissime parole del direttore della Caritas comasca, tal Roberto Bernasconi, che vorrebbe “allontanare dal genere umano” chi non la pensa come lui su zingari e ‘migranti’. Parole di un signor nessuno, che hanno però alle spalle una lunga e tragica storia…
Giovanni Damiano

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