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Roma, 21 giu – Lunedì anche il Giappone ha esordito al Mondiale di Russia 2018, ottenendo una buona vittoria per 2 a 1 contro la Colombia. Certo, non sarà il girone più entusiasmante, considerando che, insieme alle due Nazionali sopra citate, ci sono Senegal e Polonia. Ma forse è proprio il fatto che non ci sia una fuoriclasse a rendere queste sfide così intriganti. Come di consueto, prima di ogni partita del torneo, è risuonato nell’aria l’inno nazionale delle due squadre che si sarebbero fronteggiate di lì a poco. Quello che però molti non sanno è che c’è chi per molto tempo non ha potuto ascoltare le sacre note della sua nazione. Ed è proprio questo ciò che è accaduto al Giappone.
Il Kimi ga yo (Il regno dell’imperatore) è stato infatti l’inno dell’Impero nipponico fino al 1945. Composto da 32 caratteri – curiosamente molto breve per essere utilizzato come inno – riprende la poesia di un anonimo databile all’VIII secolo. A seguito della sconfitta nella Seconda guerra mondiale, però, l’inno venne abolito perché considerato simbolo dell’imperialismo militare giapponese. Fu vano il tentativo della Dieta di rintrodurlo con una legge già nel 1974, e questo a causa dell’opposizione dell’Unione degli insegnanti. Solo dopo 54 anni la legge sulla bandiera e sull’inno nazionale venne approvata il 9 agosto 1999, entrando in vigore 4 giorni dopo e generando sia entusiasmo che critiche. È singolare che per più di mezzo secolo una potenza economica, culturale e politica come il Giappone non abbia avuto i due simboli che caratterizzano ogni Stato moderno: la bandiera e un inno. Tutto ciò lascia ancora più allibiti leggendo il testo, reputato talmente «aggressivo, imperialista e militarista» da esserne addirittura sconsigliata la lettura davanti a un pubblico di minori non accompagnati: «Che il Vostro regno possa durare mille, ottomila generazioni, finché i ciottoli divengano rocce coperte di muschio».
Non c’è da sconvolgersi di fronte a tanta opposizione davanti ai valori unificanti una nazione, quali sono l’inno e la bandiera. E questo soprattutto nei confronti di uno degli Stati che, non a caso, non si lascia «corrompere» tanto facilmente in quanto a globalizzazione e omologazione lobotomizzante. Lo dimostra il fatto che proprio durante la partita Colombia-Giappone – per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale era presente in Russia una rappresentante della famiglia reale – la principessa Hisako Takamado si sia goduta senza problemi la partita sugli spalti. È il segno di una nazione che non beve solo sakè e dove non tutte le donne sono «geisha», ma di una nazione che mantiene fedelmente una tradizione millenaria contro chi, invece, la vorrebbe valorizzare solo ed esclusivamente per manga e sushi.
Clara Tozzi

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